
primo pellegrinaggio a santiago di Compostela

12 luglio – 11 agosto 2002
Primo racconto
Un racconto proprio alla fine del pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Era l’11 agosto del 2002 in coda all’accoglienza pellegrini per prendere la ‘Compostela’ il documento testimone dell’avvenuto pellegrinaggio. La fila era lunga, sono rimasta in piedi per la scala per arrivare al primo piano quasi un’ora. In questo tempo ho visto passare tanti pellegrini e fra questi alcuni con i quali avevo condiviso qualcosa, altri semplicemente incontrati, ci siamo scambiati saluti, sorrisi, qualche frase soltanto perché prevaleva la stanchezza e una emozione quasi imbarazzante. Era quasi arrivato il mio turno quando mi sono rivolta ad un pellegrino che avevo davanti con la consueta domanda: da dove sei partito, da quanti giorni cammini e così via. Mi ha risposto che viene da Siviglia, che ha fatto il ‘Camino della Plata’; 1000 km di cammino, un impegno non facile perché le distanze fra un alberque e un altro sono molto lunghi, ma veramente bello e che era felice della sua esperienza. Il suo volto aveva una espressione tale che, fra tutta quella gente, pareva che solo lui avesse fatto il cammino. A mia volta ho parlato del mio tragitto; ho avuto i suoi complimenti, ma io ho desiderato sapere se ritenesse possibile per me, per la mia età, fare la sua stessa esperienza. Lui mi stava dicendo di sì, mentre, poiché era il suo turno, ha fatto il gesto di cedermi il suo posto. Io non volevo, l’addetto ha sollecitato, e in un attimo le operazioni della Credential mi hanno impegnata e così non l’ho visto più.
Avevo già avuto notizie del Camino della Plata. Era stato all’alberque di Hospital de Orbigo. Al mio arrivo l’ospitalero, non c’era. Al suo posto un uomo di mezza età, un po’ rotondo, stava spazzando il cortile, con fare inesperto ma determinato. Più tardi ci ha detto di essere pure lui un pellegrino che veniva da Siviglia, e che in quel momento si era offerto di sostituire il titolare per una emergenza. Parlava come un fiume in piena e nonostante la mia faccia rimanesse interdetta perché capivo poco continuava ripetendo, parlando e spiegando. Parlava del cammino della Plata, di Siviglia. Io cercavo di capire ma ero al tempo stesso imbarazzata e curiosa, e lui continuava a dire tante cose e chissà cosa. Ugualmente nel pomeriggio quando sono andata a chieder informazioni sul percorso che mi aspettava il giorno dopo, la tappa verso Astorga, mi ha dato tante informazioni, io ho colto l’essenziale che mi serviva ma mi è rimasta molta curiosità. Bella Persona!
Qualche giorno dopo sul cammino ho ritrovato Diana, pellegrina compagna di alcune tappe. Era stata anche lei in quell’albergue dove aveva trovato una accoglienza molto premurosa e un ospitalero di animo gentile, quello era il titolare, ma secondo me, il sostituto lo superava in tutto.
Mi hanno detto che a Siviglia, punto di partenza de Il cammino della Plata, non piove mai e che la chiamano la padella della spagna perché ci si frigge al sole, comunque per me è una terra che sforna dei bei personaggi: quello incontrato a Santiago mi è sembrato un angelo, quello di Orbigo un cavaliere errante (in prossimità del ponte di Orbigo, con le sue leggende, era proprio in tono!)
Ed infine ricordo una pellegrina fiorentina conosciuta alla tappa di Leon. Una ragazza giovane e simpatica che faceva solo alcune tappe che l’anno precedente aveva saltato per un disturbo ad un piede. Mi aveva detto del ‘Camino’ che l’effetto del cammino ci rimarrà addosso a lungo. È anche in attesa di incontrarsi con un ragazzo di Siviglia sperando che la bella storia dell’anno passato continui con gli stessi valori… L’anno scorso era andata con lui a Siviglia e il giorno dopo era piovuto. La pioggia mancava da otto anni! Anche le fiorentine non scherzano…!
IL BORDONE
Un viaggio/ pellegrinaggio di 500 km offre tante occasioni da ricordare che dovrebbe essere quasi obbligatorio prendere appunti e fermare delle immagini con la macchina fotografica, cosa che la maggior parte dei pellegrini fa. Io non ho fatto né l’una né l’altra cosa e non perché vedevo che comunque c’era Elena che lo faceva, ma, in realtà, tutto quanto mi emoziona mi allontana dal senso pratico. Poi, in seguito, mi appello ai ricordi, e anche mi rammarico di confondere luoghi, giorni e avvenimenti. In fondo in fondo, però, mi sembra di riconoscere la convinzione che emozioni come quelle le vivrò di nuovo e non importa se non le ho documentate. Bello avere fiducia nella speranza!
Quella volta, però, ci affidammo al nostro bordone. I nostri due bastoni (per i pellegrini è più appropriato usare il termine bordoni) ci sono sempre stati preziosi per tenere lontani i cani, come perno per saltare un corso d’acqua, per farci spazio dai cespugli e comunque per sostenerci ma, alla fine, questa volta sono diventati anche memoria delle nostre tappe. Eravamo già al terzo giorno ed Elena con uno spillo da balia, elemento indispensabile nel bagaglio di un pellegrino, ha cominciato a grattare la superficie del suo bastone per incidere il nome del paese; io l’ho imitata servendomi di un coltello, poi in seguito, avendo trovato per strada un chiodo, ho adottato una tecnica più incisiva. Le nostre operazioni sono diventate oggetto di curiosità, ci sono stati offerti altri strumenti, abbiamo provato ma, alla fine, avevamo già perfezionato la nostra abilità.
All’inizio del viaggio avevamo deciso di rendere più semplice il bagaglio lasciando a casa i nostri bordoni già esperti di cammini, con l’intenzione di procurarceli sul posto. A Siviglia però la ricerca non fu facile, quasi ci stavamo per arrendere ad un manico di scopa e poi al negozio di articoli sportivi alle poco pellegrine racchette tecniche, quando, in quanto pellegrini sotto sospetto di miracolo, ci si offre alla vista un bel cestone con tanti bastoni, proprio quelli giusti, da benedizione, e anche belli come non avremmo mai pensato di trovare. Elena cerca e ne trova subito uno perfetto, leggero e diritto. Viene il commesso e chiediamo il prezzo pronte a qualsiasi cifra. Va a chiedere. Cinque euro. Scelgo il mio fra i più leggeri e il commesso mi fa notare che il più leggero è pieno di nodi ed è anche un po’ storto, rispondo che per il pellegrinaggio va benissimo e andiamo alla cassa. Prima di pagare il commesso chiede di nuovo, torna e ci dice: tre euro! Non era il solito angelo per i pellegrini vestito da commesso, diciamo un regalo di simpatia. Evviva!
Le tappe
riporto le notizie di questo pellegrinaggio venti anni dopo
Da vera pellegrina, almeno nei limiti delle mie possibilità e con la mancanza di esperienza, ho fatto il Cammino di Santiago di Compostela senza macchina fotografica e quindi non posso riportare che fotografie derivate dalle cartoline, alcune delle quali sono state comprate nei miei cammini successivi per non avere carico nello zaino.
S. Jean pied de port arrivo insieme ad una decina di pellegrini conosciuti in treno. Dopo aver preso il sello comincia il cammino con i primi cinque chilometri. Pernottamento a Utto
Roncesvalles fine della prima tappa. Incontro con i pellegrini preghiera . Cena insieme. Notte nell’antico edificio. Prima notte in ascolto di chi russa. Partenza molto presto, ma qualcuno si è già messo in cammino alle tre di notte.

Zubiri e poi Larrasoana avremmo dovuto fermarsi a Zubiri perchè dopo abbiamo avuto molte difficoltà per trovare da dormire. Chi presiedeva all’albergue non ha convinto nessuno con il suo modo di fare, comunque alla fine, abbiamo trovato presso una osteria. in attesa della cena abbiamo parlato delle corride e della tradizione di Pamplona . qualcuno ha pensato che io fossi una suora ( incredibile, avevo le codine e una pantacalza ) suppongo sia stato perchè per quanto parlassi molto avevo un’aria piuttosto concentrata.
Trinitad de Arre Si passa davanti ad un albergue che è chiuso. Volevo conoscere l’ospitalero ma proseguo per Pamplona. La città è affascinante ma proseguo per Cisur Menor. L’albergue è tenuto dall’Ordine di Malta e l’ospitalero accoglie venendo incontro offrendo da bere.
Prossima tappa è raggiungere Puente la Reina passando l’alto del perdon.

Ottima accoglienza e organizzazione offerta dai padri Reparadores. Primo incontro con le cicogne.

A Estella accoglienza in un grande albergue nuovo. Tappa a Iraque per la fontanella del vino.
A Torres del Rio la chiesa del Santo Sepolcro , a pianta ottagonale. la tappa prosegue fino a Logrogno.
Difficile raggiungere Najera. E ancor più dura è la tappa per Santo Domingo della Calzada, ciò nonostante arrivo a Granon che offre quanto di più bello può trovare un pellegrino. ( vedi racconto)
Villafranca. Alto Pedraia. S. Juan ortega. Atapuerca. Burgos. Tardajos. Hontanas. Castrojeris. Puente Fitero. Fromista. Carion de los Condes. Sahagun. El Burgo Ranero. Leon. Hospital de Orbigo. Astorga. Rabanal del camino. Cruz de Hierro. Molinasecca. Ponferrada. Pereje. O Cebreiro. calvor. Portomarin. Palas de Rei. Ribadiso. Santa Irene. Santiago
Piccola filastrocca sul cammino

nel primo Cammino di Santiago, fotografata da Laura a mia insaputa.
Per una distorsione ad un piede ero costretta ad usare due bastoni.


Otra vez
Il mio secondo pellegrinaggio a Santiago di Compostela
Per il mio secondo pellegrinaggio a Santiago di Compostela avrei voglia di raccontare tante cose e, assieme a queste, anche qualcosa riferita al primo viaggio che via via mi è tornata in mente e che ora mi sembra ancora più viva di un anno fa. Però la voglia di raccontare non trova le parole adatte: troppo fresca di emozione mi sembra di non dire abbastanza o di ripetere le stesse cose.
In verità il secondo viaggio è stato come un altro primo viaggio! Il primo l’ho fatto con mia sorella Laura quasi coetanea e il secondo con mia figlia Elena e con tutta la sua diversa energia. Ho ritrovato alcuni luoghi lì, dove e come li avevo lasciati e mi stavano aspettando, altri non li ho riconosciuti per quanto mi sia sforzata di ricordare… allora ho lasciato i ricordi ai ricordi, per non sciupare niente, per non confondere le emozioni, e il resto lo tengo per i nuovi ricordi; se poi fra di loro faranno confusione non è importante: devono sostenere solo il mio esame.
Prima di partire per il camino ho letto diversi libri di pellegrini con la descrizione del loro viaggio e soprattutto delle loro emozioni. Questo mi ha spinto a tenere un diario giornaliero dove ho cercato di trascrivere un po’ tutti gli avvenimenti e gli incontri di ogni giornata. Ecco qualche stralcio del mio diario, inserito qua e là ad integrare il racconto della mamma.
Sono per lo più descrizioni di brevi momenti. D’altronde il camino è anche questo: incontri persone che in un attimo ti entrano nel cuore, ci fanno un giro veloce e poi spariscono lasciando la scia del loro calore. Il nome non l’hai mai saputo, il viso lo stai già dimenticando, ma quel calore lo senti ancora così forte!
31 maggio 2003
Già alla stazione di Nizza cominciano le emozioni. Elena ed io siamo in compagnia di Jef, un ragazzo americano salito a Genova, mentre aspettiamo che arrivi il treno per Bayonne e per quanto la proiezione del nostro viaggio sia completa, stiamo parlando di altre cose. Ma Elena vede due persone che per lo zaino e il bordone sembrano pellegrini. Mi sposto sulla pensilina e li vedo anch’io, e loro mi sorridono. Si, sono pellegrini, marito e moglie e anche loro come me fanno il camino per la seconda volta, anche loro erano al raduno ligure a febbraio e anche loro sono al corrente del viaggio di Vittorio che è partito da Bolsena …Sorridiamo e allarghiamo le braccia: questa esperienza è ammaliante! Però loro quest’anno non hanno sufficiente tempo per fare tutto il percorso e cominceranno da Burgos, quindi non ci incontreremo e allora ci salutiamo, auguri, incoraggiamenti e …ULTREYA!!!!
1 giugno 2003
Alla stazione di Bayonne eravamo già un gruppetto di italiani ad aspettare il treno, poi sul trenino l’incontro e lo scambio di informazioni si è allargato con tanti pellegrini di varie nazioni. Come inizio è stato esaltante, ognuno presentava il proprio progetto o vantava qualcosa di particolare, una bella animazione ed un comune entusiasmo, ma i percorsi poi sono stati diversi e le possibilità pure, così che con nessuno di loro ci siamo trovati a Santiago.
Dopo la registrazione all’accoglienza a San Jean Pied de Port, prima tappa di 5 km, lo stesso pomeriggio dell’arrivo, camminiamo fino a Huntto, così si alleggerisce la tappa di domani. Il rifugio è in fase di ampliamento, come l’anno passato, e per di più, l’accoglienza è fredda e quasi diffidente, nonostante siamo arrivati sotto un temporale che è scoppiato negli ultimi cinquecento metri. Comunque, Elena, io e Giuliano, un pellegrino di Verona, ci sistemiamo, cominciamo a muoverci da pellegrini. Giuliano trova nello zaino una lettera delle figlie: è commosso. Arrivano bagnati anche Pietro e Massimo. Vado con Elena a cena nella pensione che gestisce il rifugio e capisco che la loro organizzazione preferisce che si prenoti, ma soprattutto che si ceni lì. Ci sono almeno altre 50 persone, credo tutti francesi, una pellegrina tedesca è seduta accanto a me. Ho pensato che fossero persone in gita sui Pirenei, e invece mi dicono che sono tutti pellegrini; allora quasi alla fine della cena mi alzo e faccio un brindisi: «A Roncisvalle!». Mi risponde il gelo. Avevo pronunciato male il nome e dopo la correzione dell’unica pellegrina più acuta, si alzano i bicchieri al nome pronunciato correttamente in francese: a Roncevaux!
Comunque non sono convinta che quelli fossero pellegrini! La cena è stata buona e abbondante, tanto che ho portato via le fette di arrosto che non ho mangiato per Pietro e Massimo, però al momento del conto c’è stata qualche discussione. La pellegrina tedesca dice che sulla sua guida il prezzo era definito di 15 euro. Ne chiedono 18 e dicono che è solo per la cena e che l’albergue è gratis. Però Massimo e Pietro che non hanno mangiato vanno a pagare 6 euro a testa.
2 giugno 2003
I Pirenei non hanno voluto proprio farsi ammirare il mattino dopo, nuvole, nebbia, minaccia di pioggia. Non abbiamo visto il sorgere del sole, non abbiamo visto i grandi panorami, le mie descrizioni ed i miei ricordi non erano sufficienti a togliere la delusione. Ci torneremo, va bene ci torneremo, ma proprio quando le nebbie sopra gli alberi si diradavano e il nostro sguardo è stato attratto dal colore intenso della nebbia che era rimasta in basso fra i tronchi, i Pirenei ci hanno fatto il loro regalo. Guardando la nebbia densa avevamo l’effetto di uno specchio e attorno alla nostra testa si creava un arcobaleno circolare, come una aureola. Sorpresi, increduli e affascinati ci siamo spostati più volte per verificare ma l’effetto si ripeteva e non abbiamo potuto far altro che ammirarlo e gioirne. Se non ci fosse stato Giuliano con noi, forse Elena ed io avremmo finito per credere che il tutto fosse l’effetto del nostro entusiasmo. Giuliano il testimone!
Costeggiamo i boschi di faggi che scendono ripidi fino a valle. Sono abbracciati fin dalla base dalla nuvola che ricopre l’intera vallata. Voltandosi a guardarli, il sole ci picchia sulle spalle e proietta sui tronchi un fascio d’ombra di forma strana, data la nostra attrezzatura pellegrina. Ci fermiamo ad osservarla, divertite e scopriamo la vera magia: tutt’intorno alla sagoma del viso, ecco che appare un’aureola più chiara. Sembra che luccichi! Invitiamo Giuliano a fermarsi anche lui a verificare la sua santità. Cerchiamo di condividere la magia anche con i pellegrini che ci stanno superando, ma forse l’evento è dedicato solo a noi, perché tutti lanciano uno sguardo fuggitivo senza neanche fermarsi e ci fanno un sorrisino di convenienza.
Arrivati al Vierge de Biakorre ci dovrebbe essere un bellissimo panorama. Ahimè la nebbia è proprio fitta. Appoggiamo gli zaini per terra e ne approfittiamo per sgranocchiare qualche biscottino. Rimaniamo poco, perché siamo sudati e cominciamo a sentire freddo. Vediamo dei cavalli al pascolo. Io mi emoziono ma non faccio rumore per non disturbarli. E infatti non alzano nemmeno il muso per darci un minimo di considerazione. Troppo intenti a mangiare. Continuiamo a camminare sulla strada asfaltata. Dopo un po’ sento una strana presenza alle nostre spalle. Mi volto spaventata pensando sia un cavallo. E’ invece un francese che ci saluta. Io gli dico “très vite!”, dato che stava andando ad una velocità incredibile e lui risponde noncurante che è partito alle 6. Rispondiamo “anche noi!”. Sì, però lui da S. Jean! Come non detto! Per finire, mentre ci supera vedo che si porta alla bocca la sigaretta e dà una bella aspirata. Resto a bocca aperta per il coraggio! Io ho appena rotto il fiato e sono passate due ore! Ma sembra che il fumo gli dia ancora più energia, perché accelera e sparisce.
Roncisvalles ci accoglie sempre solenne, severa, essenziale. Alla benedizione del pellegrino Elena si commuove. Veramente la cerimonia dell’anno scorso mi era sembrata più bella perché tutti avevamo cantato ‘ Salve Regina ‘ in latino, però il momento è certamente sempre pieno di carisma. Ci sono lavori di ristrutturazione e per i pellegrini è stato attrezzato il grande edificio in pietra che è alla sinistra della Collegiata, forse una vecchia chiesa. Alle 16 apre. Due hospitaleri grandi e forti e sicuri del proprio mandato organizzano senza fare il minimo errore cento pellegrini nelle file dei letti al castello. Ci sono servizi nuovi ed efficienti ricavati nel seminterrato. Nonostante il grande affollamento tutto si è volto con tranquillità. Se non avessimo visto intorno a noi la serenità e la pace in tutti i volti avremmo potuto ravvisare in quell’insieme di persone l’aspetto di un carcere o qualcosa di simile. Invece eravamo lì tutti liberi e di nostra spontanea volontà e contenti di esserci. Mi sono fermata a guardarmi intorno il mattino dopo prima di ripartire. La foto che Elena ha fatto non rende l’immagine che mi è rimasta dentro!
3 giugno 2003
In Spagna i bar ed i negozi non aprono prima delle nove e se al mattino si parte presto è difficile fare una colazione calda. A Biscarrete, quasi con sorpresa si trova in una piazzetta un piccolo bar. Sembra messo lì proprio per i pellegrini, non è troppo fornito, giusto l’essenziale; tanto essenziale che un pellegrino spagnolo chiede pane e olio. Se lo avessi saputo lo avrei chiesto anche io! In seguito, facendo attenzione, ho visto che in quasi tutti i bar, dietro al banco c’erano delle piccolissime oliere, e allora un giorno l’ho chiesto e me lo hanno portato anche con il pane tostato.
La giornata è bella, il sole si sta alzando e in mezzo al bosco i colori sono fantastici. Una cosa carina di questi boschi è che ogni tanto si incontrano dei cancellini, forse passaggi di proprietà. Ogni pellegrino apre, passa e chiude accuratamente il cancello, come richiesto dai cartelli.
Trinidad de Arre è un luogo per i pellegrini che hanno il privilegio di camminare tanto e in fretta. Mi riferisco all’ albergue che è bello fuori e da dentro. Ci volevo sostare e ci sono riuscita: abbiamo superato Zubiri e Larrasoana ed è stata la nostra tappa più lunga in chilometri di tutto il cammino. Gli amici italiani mi hanno ringraziato per il consiglio che avevo dato loro di arrivare fino lì: abbiamo fatto una cena insieme. Giuliano ha fatto la spesa, non so chi abbia cucinato. Io ero troppo stanca e anche un po’ preoccupata per lo sforzo eccessivo che alla seconda tappa avrebbe potuto essere rischioso. Peccato che la maggior parte dei pellegrini si perda quel luogo.
Io ho un gran bruciore agli occhi, per l’allergia e il vento, cominciano i campi di grano.
4 giugno 2003
Siamo vicini a Pamplona e quindi al mattino ci arriviamo molto presto ma troviamo le chiese, il rifugio e la maggior parte dei negozi ancora chiusi. La città è molto bella anche così, anche senza l’aspetto turistico che ho visto l’anno scorso; la percorriamo seguendo le indicazioni del camino. Da molte finestre sono appese bandiere contro la guerra, sono diverse dalle nostre.
La discesa dall’Alto del Perdon è più faticosa dell’anno passato. Stanno rifacendo la strada e il percorso è in fase di ampliamento, ma per il momento è piena di sassi. Ci fermiamo a Uterga. L’albergue è privato e costa 10 euro. E’ bello, è nuovo e pulito ma in fondo per una camerata di letti a castello che fanno rumore al minimo movimento dobbiamo dire che è caro. Anche la cena è cara. Con noi c’è Giuliano e la coppia di Bergamo mentre Pietro e Massimo affrontando un bel temporale vanno a Obanos. Li vediamo proseguire sotto la pioggia ma troveranno un’ottima accoglienza come possiamo verificare la mattina successiva quando ci fermiamo a prendere il sello.
Alle 19.30 scendiamo a cena. Insieme a noi c’è una signora svizzera che ieri era con noi a Trinidad de Arre, e due ragazzi spagnoli, una coppia. Loro dormono da un’altra parte: i ragazzi proprio di fronte a noi, in una specie di rifugio, mentre la signora dorme in una stanza del Comune, dove non si paga niente e addirittura erano rimasti due posti (dovevano essere quelli per Pietro e Massimo!). Il Comune è proprio di fronte alla fontana, nel centro del paese.
La cena è molto abbondante. Come primo mamma prende l’insalata russa, io l’insalata di arròs. Mi arriva un’insalata di riso con il pesce. Guardo stupita il piatto (mi aspettavo l’arrosto!). La mamma prende una forchettata di riso e rivolgendosi al ragazzo spagnolo, gli chiede “come si chiama questo?”. “Arròs!”. Lo mangio comunque con gusto. A fine cena, la signora svizzera ci saluta perché vuole andare a letto presto. Guarda il ragazzo spagnolo e lo chiama “Arròs” e allora tutti ci mettiamo a ridere. Lui spiega che si chiama Oscar e che prima la mamma aveva chiesto come si chiamava il riso in spagnolo e non “come ti chiami”. Da allora, decidiamo di chiamare il ragazzo “Arròs”.
5 giugno 2003
Puente la Reina, luogo importante del camino e bello, lo passiamo senza fermarci, ma il ponte ti rimane negli occhi per sempre.
Arriviamo al paese di Lorca e alla fontana della piazza incontriamo altri pellegrini. Ci rifocilliamo e dissetiamo e mamma telefona a Costanza. In quel momento arrivano Tiziano, Adelaide, Pietro e Massimo. Giuliano è ancora un po’ indietro.
Passa un falco bassissimo e siamo tutti con il naso all’insù e a bocca aperta per la meraviglia delle acrobazie. Due signore locali, sedute di fronte a noi sul ciglio della loro casa, ci guardano incuriosite, ignorando il fantastico volo dell’uccello. Decidiamo di ripartire senza aspettare gli altri, dato che abbiamo preso un buon ritmo. Passando davanti alla fontana, vedo Massimo in una posizione strana e gli chiedo se ci ha messo dentro i piedi. Lui mi risponde: “non lo vedi il fumo che esce?” Scatto una foto ai campi di grano pieni di papaveri e margherite, presa dall’entusiasmo della mamma. Sullo sfondo c’è Villatuerta.
Entrando nel paesino, incrociamo due ragazzi davanti ad una Golf. Li saluto, come d’abitudine, e loro rispondono qualcosa sghignazzando. Ci riposiamo 5 minuti nella piazza deserta. Riprendiamo la strada e noto con stupore che c’è un albergue. Entriamo per il sello. Sembra di entrare in un negozio. C’è un tavolo con alcuni depliant e ai lati ceste e scaffali con magliette e gadget del camino. Mamma prende una bottiglietta di aranciata. Chiedo se posso prendere un depliant, dato che quell’albergue non è segnato sulla guida, ma la ragazza, (che non chiamerei ospitalera) molto bruscamente mi dice che non ne ha. Uscendo dal paese ci passa accanto una macchina piena di ragazzi. Nel momento in cui ci sorpassano un ragazzo fa un gran urlo che ci fa prendere un colpo. Insomma: Villatuerta: paese antipatico, quasi come il suo nome!
Gli ultimi chilometri prima di Estella invece non sono belli. Si trovano campi con odore di concime e anche il panorama non è gradevole. L’albergue però riscatta tutto. Ci sono tanti volontari giovani e molto bravi con una eccellente capacità organizzativa. C’è una bella cucina e la sera facciamo un’altra cena assieme. Siamo in sette: Giuliano, Pietro, Massimo, i due bergamaschi e noi. Cuciniamo un chilo e mezzo di penne condite con panna e prosciutto cotto, di secondo formaggio e pomodori, ciliegie e vino della zona. Non è proprio speciale, ed è difficile cucinare fra tanta gente che prepara cose diverse, però ce l’abbiamo fatta. Un hospitalero controlla la situazione e apprezza che noi abbiamo avuto l’attenzione di lasciare qualcosa per la comunità: un chilo di sale e una bottiglia di olio. Dopo cena facciamo la scelta della tappa successiva, due chiacchiere per prendere un po’ di fresco tanto che sento arrivare un bel raffreddore. Corro a letto ma oramai è fatta.
6 giugno 2003
A Estella e anche in altri rifugi, al mattino non si può uscire prima delle sei. Per me questo è un problema perché ho una andatura non rapida e mi piace fare tante piccole soste, quindi quando è possibile parto molto presto. Anche a Elena piace fermarsi a guardare l’ambiente e i panorami.
Da lontano si vedono due pellegrini che camminano piano dondolandosi entrambi. Sorrido perché mi ricordano le due oche degli Aristogatti. Sembrano proprio loro! Ormai la Navarra lascia il posto alla regione della Rioja, la regione del vino, infatti ai campi di grano si alternano i vigneti. Ci raggiungono due coppie di spagnoli, fra cui Oscar e Laja. Allungo il passo e mi volto per far loro una foto. Poi loro proseguono a passo spedito. Incontriamo tre italiani seduti, che fanno un gran casino. Due sono di Torino, l’altro di Bergamo. Parliamo con quest’ultimo, che è il più scatenato. Mamma racconta che l’anno scorso ha compiuto gli anni a Santiago e lui dice che li compie il 4 luglio e chiede se ce la farà ad essere a Santiago per quel giorno. Altroché!
Loro son partiti il giorno prima di noi, da S. Jean e si stupiscono che li abbiamo ripresi. Cerchiamo un punto per fermarci ma per terra è pieno di vermi: aspettiamo punti migliori. Il camino devia a sinistra rispetto alla strada principale. Lo vediamo all’ultimo momento perché sul cippo è seduto un tedesco. Vedo da lontano dei pellegrini e li indico alla mamma facendo la faccia stravolta al pensiero di dover arrivare fin là e faccio ridere il tedesco seduto per terra. Le gambe sono un macigno. Entrambe stiamo facendo fatica ma proseguiamo. Intanto il sole comincia a spuntare e fa veramente caldo. La mamma suda col mio giaccone e dice che chiamerà questo pezzo “la strada dell’aspirina”, per la sudata che sta facendo.
Sono partita da Estella già sconvolta dagli starnuti e per 20 chilometri mi sembra di essere moribonda, ma sono riuscita ad arrivare viva a Los Arcos. Appena entrata nel paese da un altoparlante parte una musica a tutto volume: va bene che avevo fatto tanta fatica ma come accoglienza mi sembra eccessiva. Gloria di pochi secondi: si vedono i segni di una festa popolare. Gli amici di Bergamo ci aspettano per salutarci perché loro, camminatori veri, proseguono. All’albergue devo aspettare perché il gruppetto di italiani alla registrazione fanno una bella confusione, ma poi l’hospitalero vede che sono un po’ stordita e ci dà i letti in un buon posto. E infatti con il riposo e le medicine che ho comprato nel pomeriggio la mia salute migliora. Mentre aspettiamo che la farmacia apra, chiedo a dei ragazzini che sono nella piazza a cosa servono quelle transenne che sono appoggiate ai lati delle strade. Il giorno dopo ci sarà per la festa del paese, la rituale corsa dei tori, sullo stile della festa di S. Firmino di Pamplona. Faccio un cenno di paura e per fortuna al mattino dopo io vado via. I ragazzini ridono ma si sentono anche fieri della loro tradizione fuerte. Ci sono anche Giuliano, Massimo e Pietro, dormono nella ex palestra.
Andiamo a cena con Giuliano in un piccolo ristorante, dove il cameriere ci elenca i piatti con uno sguardo molto serio. Più che un cameriere sembra il proprietario, a cui non va molto giù di servire i soliti menù del dia invece di variare con dei bei piatti raffinati. Ci elenca i piatti con tono veloce e sbrigativo. Noi intimoriti dall’atteggiamento un po’ ostile, abbiamo quasi paura a dirgli che non abbiamo capito niente… Ad un certo punto siamo costretti a chiedere che cos’è il “cordero” e lui, senza fare la minima piega, con un sottile risolino sotto il baffo, ci risponde con un bel “beeeeeee”, dandoci così il benvenuto alla sua tavola.
7 giugno 2003
La sveglia suona alle 5, ma ci alziamo con calma e partiamo alle 6.20 insieme a Giuliano. La giornata è serena. La strada costeggia gli ennesimi campi di grano. Avanziamo con un buon ritmo. Giuliano si stupisce di star meglio coi piedi. Ieri non credeva di poter proseguire. Incontriamo un contadino seguito dalla sua mandria di pecore e in un attimo ci dobbiamo fermare per cedere loro il passo. La chiesa ottagonale di Torres del Rio è da vedere ma è chiusa e andiamo a cercare la signora che ha la chiave. Siamo in tanti ad aspettare, il gruppetto di italiani e una giovane coppietta di Pamplona che nell’attesa fotografa. La ragazza è molto carina, bionda con lunghi capelli; sembra non abbiano voglia di socializzare e da lì fino a Santiago ci scambieremo solo dei cenni di saluto e qualche indicazione essenziale.
Rinunciamo alla visita della chiesa. Io l’ho già vista ed Elena ha dedicato il viaggio all’aspetto naturalistico.
A Viana sostiamo nel parco che è vicino alla chiesa di S. Pedro e all’albergue. Mangiamo, riposiamo e lasciamo passare le ore più calde per proseguire. Due ciclisti si sono fermati e mi sentono parlare: sono fiorentini; facciamo due chiacchiere fra conterranei… ma qui siamo tutti e solo pellegrini. Gli ultimi nove km prima di arrivare a Logrono sono brutti, quasi tutti su asfalto.
Abbiamo lasciato la bellissima Navarra.
Alle 16 partiamo, preceduti da Raffaele, il chirurgo di Torino, già conosciuto, col quale facciamo un po’ di chiacchiere. Il sole è forte e ci cospargiamo di crema. Usciti dalla città vediamo un cartello che indica un sentiero locale verso due localiltà, ma niente freccia gialla. D’altronde non ci sono altri segnali. Andiamo da quella parte. Si fiancheggia la statale sotto una piccola pineta, ma il caldo è torrido. Io ho i pantaloni lunghi per le ustioni dietro al ginocchio. I piedi mi fanno un gran male perché sto usando i sandali da troppo tempo. In un sottopassaggio c’è un bel messaggio:
TRES COSAS HAY EN LA VIDA GUE PRECISA EL PEREGRINO:
BUENAS PIERNAS, GRAN COMIDA
Y SI HABLAMOS DE BEBIDA POCA AGUA Y MUCHO VINO.
Logrono è una città grande e bella, ma noi non abbiamo il tempo di visitarla. Io non vedo l’ora di andare a letto ed Elena invece esce con il gruppo di ragazzi spagnoli. Io ho mangiato qualcosa con Giuliano nella cucina. L’albergue non è nella sua piena efficienza, la volontaria è gentile ma sembra un pochino rilassata, forse si considera ancora in bassa stagione.
Mentre aspettiamo che la lavatrice finisca di lavare i nostri vestiti, ci mettiamo i piedi a bagno nella fontanella all’entrata e ci mettiamo a chiacchierare con un gruppo di ragazzi spagnoli. Ci sono Oscar (Arròs) e Laja, conosciuti ad Uterga, e altri ragazzi che ci dicono i loro nomi, ma ci rimane impresso solo quello di Berto, perché l’anno scorso ha fatto la raccolta delle mele in Trentino e parla bene l’italiano.
Berto mi dice che vanno a bere una birra fuori e mi chiede di andare con loro. Non posso perché devo ritirare i panni dalla lavatrice, ma mi faccio dire dove vanno (sulla piantina), così posso eventualmente raggiungerli. L’hospitalera mi chiede i 2 euro per l’asciugatrice e mi dice che ci pensa lei, così io posso uscire coi ragazzi. Vado in cucina ad avvisare la mamma e li raggiungo nella zona che mi hanno indicato. Li trovo nel primo bar della strada. Mi accolgono tutti con un gran sorriso e mi danno in mano un bicchiere di vino. Berto mi allunga una forchetta e mi dice di assaggiare. Il gusto è strano e la consistenza sembra quella di un cartoncino. Mi chiede com’è ed io per gentilezza gli rispondo “così così”, sperando capisca la verità dalla mia faccia. Chiedo cos’è e mi dice che è orecchio di porco. Qualcuno lo corregge: de cordero. Orecchia di pecora? Che schifo!
Raccogliamo 5 euro a testa per il giro dei bar e li diamo tutti a Fernando. Penserà lui a pagare per tutti. Qui si usa girare tutti i bar della strada, prendendo degli spuntini e bevendo vino o birra. 2° bar: champignon fritti su uno stecchino. Ottimi ma difficilissimi da mangiare, dato che l’altra mano è occupata dal bicchiere di vino. L’alcool aiuta la parlantina, ma io ascolto molto e pronuncio solo qualche frase, per far capire che sto seguendo il discorso. Terzo giro: orecchia di pecora e bicchiere di vino. Faccio la faccia schifata ma la accetto, anche perché sono a stomaco vuoto. Mi accorgo che siamo solo io e Fernando a mangiare e le ragazze mi dicono che se voglio posso buttarla. Mi faccio coraggio e la mangio lo stesso, cercando di non pensarci. Ci facciamo scattare una foto con la mia macchina. Quarto giro: panino con wurstel di pollo e vino. Si comincia a raccontare barzellette e comincio a non capire più niente. Provo a pensare ad una barzelletta facilmente traducibile, ma rinuncio dato che il vino sta cominciando a dare i suoi effetti. Si torna all’albergue traballanti, mentre il centro si sta riempiendo di gente per festeggiare tutta la notte la festa della Pentecoste.
8 giugno 2003
Partiamo alle 6, e per almeno un’ora si attraversa la città. La gente in centro è ancora in giro a far festa. Oggi è la Pentecoste. La giornata è coperta, ma fa caldo e sono a pezzi. Ieri non mi sono riposata e non ho recuperato il male ai piedi. In più si aggiunge tutto il vino che ho bevuto con i ragazzi spagnoli e il non aver dormito quasi per niente per un ciclista accanto a noi che russava come un trattore. Facciamo spesso dei riposini e procediamo. Arriviamo al lago e a un bel parco naturale e vedo anche il culino di un coniglio che scappa via al nostro arrivo. La strada fa una piccola salita e voltandosi indietro c’è un bel panorama. Superato il colle si incontra una fabbrica di legno che viene annunciata da una lunga serie di croci fatte con dei pezzetti di legno, incastrati nella rete metallica. Anche noi lasciamo il nostro contributo.
Ad un certo punto sento una fitta dolorosissima alla caviglia sinistra. Mi fermo un attimo per capire di cosa si tratta. Proseguo e la fitta va e viene. Mi fascio la caviglia con un fazzoletto e proseguiamo anche se la mamma preoccupata vuole chiedere un passaggio. Le dico di no. Proseguiamo lentamente, io aiutandomi con entrambi i bastoni. Si arriva in cima all’alto che poi non è così pesante. Ci sono tanti mucchietti di sassi fatti dai pellegrini, sono bellissimi. Mamma mi fa una foto. Facciamo un riposino e ripartiamo. Arriviamo ad una fabbrica enorme, verde e gialla, con enormi mucchi di sabbia. La strada si divide. Destra o sinistra? La freccia indica la destra. La mamma, però, è titubante, perché c’è un paese sulla sinistra che sembra proprio Najera e questa strada non se la ricorda affatto. Alla fine, seguiamo la freccia e andiamo a destra. Passiamo accanto ad una collinetta dove un gruppo di ragazzi sta facendo Rally. L’autista in macchina va come un matto e curvando sgomma sul ciglio della collinetta, proprio sopra le nostre teste. Momenti di apprensione. Arriviamo su un rettilineo di 2 km, in fondo al quale c’è il paese. La mamma non ricorda niente, ma andiamo avanti. Arriviamo al paese di Huércanos. Chiediamo indicazioni per Najera. Era sulla sinistra!
Il tratto più difficile del camino è stato quello per arrivare a Najera. I motivi sono diversi: io non sono ancora ristabilita dal raffreddore ed Elena accusa problemi ai piedi e per finire abbiamo anche sbagliato strada.
Abbiamo fatto molte soste e alternando un po’ di cattivo umore e un po’ di pazienza arriviamo in vista della città. Si dovrebbe trovare il muro con la poesia scritta e invece per una segnalazione sbagliata arriviamo fino al paese vicino. Proprio non ci volevano cinque chilometri in più! All’albergue tutti si chiedono se hanno trovato la strada giusta: metà sì e metà no.
Al ristorante non riesco a mangiare niente perché ho lo stomaco scombussolato dalle medicine, ma la cameriera mi aiuta e mi consiglia della ricotta e della camomilla; inoltre, non mi fa pagare niente: la ricotta passa per il dolce di Elena e la camomilla al posto del vino. Proprio gentile!
All’albergue di Najera trovo questo bel messaggio:
Con el dinero se puede comprar
la cama, pero no el sueno
los libros, pero no la inteligenzia
la comida, pero no el hambre el sexo, pero no el amor
la diversion, pero no la felicidad
la cruz, pero no la fe
un lugar en el cementerio, pero no en el cielo
9 giugno 2003
Poco dopo Azofra con un passo calmo e costante vediamo camminare davanti a noi una signora anziana con lunghi capelli bianchi raccolti. È in viaggio da non so quanti mesi dalla Svizzera. Non sappiamo come farle i complimenti ma lei quasi scusandosi dice: “sto bene in salute, perché non dovrei farlo?”. È in compagnia di una ragazza che è venuta a trovarla per qualche giorno. Il «camino» è faticoso e pesante perché fa molto caldo e si risente la faticaccia del giorno prima. In questa situazione è confortante vedere passare una macchina di servizio del comune di Santo Domingo della Calzada: si avvicina ai pellegrini, rallenta, apre la portiera e offre acqua fresca. Noi non ne abbiamo approfittato e neppure Giuliano al quale, vedendolo un po’ zoppicare avevano anche offerto anche di salire in macchina.
A Ciruena ci fermiamo per mangiare qualcosa. C’è solo una piazzetta con una fontana delle panchine e un po’ di ombra. Poche case, una chiesetta con una lapide interessante con riferimenti ad una data prima dell’anno mille, non si vede nessuno del paese, solo passaggio di pellegrini. Ci sono però i cassonetti per la raccolta differenziata. Arriva anche il medico di Torino con un compagno di viaggio anch’esso italiano. Da dove spunta questo uomo che ci affligge subito con consigli sugli scarponi (solo i suoi sono tutti assolutamente di cuoio e i nostri sono di plastica per quello abbiamo le vesciche) e sul modo di camminare. Purtroppo, dopo un po’ finisco per chiedergli quale sia il suo segno zodiacale e mi ritrovo con una risposta che riguarda la quantità di donne che lui deve possedere ogni anno. La mia indignazione scoppia, gli altri uomini sogghignano, Elena mi invita ad ignorarlo.
Forse non è merito di Santiago, ma qualche altro santo ha aumentato le nostre forze e diminuite le loro perché non lo abbiamo più incontrato (il medico comunque camminava già piuttosto male). A Santo Domingo della Calzada ci fermiamo. Elena visita il museo e la chiesa con Pietro e Massimo. Bella la sosta nella piazza del paese. Siamo in tanti, una parola qui, un saluto là. C’è il gruppetto di italiani che continua a fare confusione (si definiscono l’armata Brancaleone), ma noi nel pomeriggio proseguiamo e li lasciamo lì. Giuliano decide di fermarsi qui per un giorno e riposare, sperando di recuperare i problemi di vesciche. Ci facciamo scattare una foto tutti insieme di fronte all’albergue. Sono le 17.30. Ripartiamo insieme a Pietro e Massimo. Per un po’ seguiamo Pietro che va ad un ritmo velocissimo ma io ed Elena ci dobbiamo assolutamente fermare. Siamo distrutte. Non siamo abituate a quel ritmo così veloce.
A Granon arriviamo circa all’ora di cena. Mettiamo in crisi l’hospitalero: aveva preparato la cena per trentacinque e a tavola siamo quarantadue. Noi abbiamo contribuito con delle patate che avevamo raccolto per strada e lasceremo una buona offerta, ma questo non può risolvere il problema dell’ultimo momento. Marina ci accoglie con un abbraccio e un bacino per sello.
Dormiremo nel coro della chiesa e ci porta delle coperte perché teme che possa esserci freddo. Anche lei dormirà con noi. La cena è stata sufficiente per tutti: miracolo! Dopo cena ci riuniamo per una orazione. Il parroco non c’è ma è sostituito molto bene. Durante l’orazione un ragazzo che parla diverse lingue viene investito del ruolo di traduttore, ma si intimidisce e non riesce ad andare avanti in nessun discorso. Comunque tutti riescono a capire che i nostri nomi che ora vengono registrati l’indomani saranno citati dai nuovi pellegrini, come oggi si citano quelli di ieri, un pensiero e un augurio a chi sta avanti a noi e dietro a noi.
Granon è sempre speciale.
10 giugno 2003
A Belorado, mangiamo un panino quando vedo il postino: ecco l’occasione giusta! Mi faccio spiegare dove si trova la posta e dopo aver svuotato lo zaino di tutte le cose inutili, parto alla ricerca del “correo”. L’impiegato mi porta una bellissima scatola per la spedizione e sistemo il tutto. Quando il postino pesa il pacco e vedo 1,425 kg, i muscoli delle spalle cominciano a rilassarsi: ora sì che andrò veloce!
Camminiamo un po’annoiate, il percorso è sull’asfalto e il panorama non è interessante. Cadiamo in discorsi banali e così osserviamo le gambe molto magre di una pellegrina che ci ha superate. Si parla un po’ della magrezza, della muscolatura e intanto si cammina e dopo quasi due ore arriviamo a Tosantos. Sappiamo di trovare una accoglienza simile a quella di Granon, ce ne aveva parlato Marina. Ci accoglie un hospitalero francese con la moglie, già volontario sul tratto francese di Le Puy e dopo una settimana lo sarà a Bercianos. L’ambiente è semplice ma confortante, non è richiesto nessun donativo e alle sette e mezzo viene offerta la cena.
Ci sistemiamo sui materassini con attenzione a non disturbare due persone che già stavano dormendo. Quando loro si alzano, nel bel mezzo del nostro sonno, non ci ricambiamo la cortesia e cominciano a parlare forte. Riconosciamo in una di loro la melasecca. Il rapporto non migliora quando all’ora di cena sono le uniche a non essere puntuali anzi la melasecca si lamenta con me perché non l’ho chiamata e l’altra (più rotondella) mi guarda male. Io non so cosa dire. Avremo modo in seguito di confermare la scarsa qualità del rapporto. Chissà se anche loro ci hanno messo un soprannome! La piccola orazione dopo cena si fa nella piccola mansarda che ha le finestrine con i vetri lavorati (peccato che non li veda il mio amico-maestro Luciano).
11 giugno 2003
Partiamo verso le 7. C’è una nebbia fittissima ed una umidità incredibile. All’uscita del paese incontriamo un pellegrino che viene da Belorado. È uno spagnolo sui 50 anni, sembra molto esperto del camino. Dice di averlo fatto già quattro volte, anzi cinque, se si conta anche quella volta che ha interrotto per il male alle gambe. Sta andando a Burgos. Farà più di 50 km! Facciamo un’espressione incredula ma lui si giustifica dicendo che ha poco tempo e che comunque con quella nebbia si cammina bene. Ha un buon passo e senza accorgercene ci adattiamo alla sua andatura e si pedala. A Villambistìa accelera e noi riprendiamo il nostro ritmo. A Espinosa Del Camino un piccolo bracco ci accoglie e, terminati i convenevoli, si gira e guardando le frecce gialle comincia a precederci sulla strada, anche dopo essere usciti dal paese. Veniamo superate da alcuni pellegrini ed il bracco si mette davanti a loro. Lo ritroveremo ad aspettarci poco prima di Villafranca.
Poi lo vediamo tornare verso casa, in attesa di fare da guida ad altri pellegrini.
Villafranca si passa, i Montes de Oca mi deludono, come possono cambiare in un anno dei boschi! A S. J. De Ortega facciamo la nostra sosta, il riposo e la visita alla chiesa ma appena vediamo arrivare il gruppetto italiano ci rimettiamo in cammino. Il rifugio è sempre molto affollato e il posto è frequentato molto anche da turisti.
Per arrivare ad Atapuerca attraversiamo una campagna e ogni tanto ci fermiamo sotto bellissimi alberi per rinfrancarci della calura. Le soste sono proprio piacevoli ma arriviamo tardi al rifugio e lo troviamo completo. Ci concediamo di alloggiare all’hostal che è accanto. Un letto normale, infilarsi fra le lenzuola è un gran piacere, un lusso. Anche a cena ci trattiamo bene, modifichiamo il menù del dia in prosciutto e melone e un piatto di formaggio e paghiamo la stessa cifra.
Elena vede un capannone con le caprette appena nate: noncurante dell’odore vorrebbe che rimanessi lì a guardarle; io invece vedo una pecora sola soletta in cima alla strada che chiama: bee, bee … che sia la famosa pecorella smarrita…? o forse è un messaggio di identificazione …!
Incontriamo la coppia di pellegrini che erano con noi a Granon, lui il poliglotta molto timido e lei che invece di una fidanzata sembra più una istitutrice. Hanno deciso di dormire all’aperto nello spiazzo davanti alla chiesa. Per la verità sono sorpresa della loro scelta, non credo che la loro disponibilità di denaro sia minore della nostra, comunque non sarei stata pronta a fare come loro. Sarà una questione di età! Pensandoci bene forse si dormirebbe meglio che in certe camerate!
12 giugno 2003
Sveglia alle 5. Notte bella rilassante. È difficile lasciare le lenzuola. Partiamo che è ancora buio, ma siamo dotate di pila. Ci sono degli angolini di cielo sereno, ma tutto intorno a noi è coperto, con nuvoloni scuri e fasci di pioggia. Dietro di noi, all’altezza di S. J. de Ortega si vedono lampi. Sono contenta di non essermi fermata là. Per noi solo qualche goccia. L’abbiamo scampata!
Per Burgos abbiamo progettato spese e commissioni.
Appena arrivate in città, dopo la lunga periferia dove siamo state sorpassate dalle melesecche, abbiamo preso un autobus che ci ha portato nei pressi della cattedrale, abbiamo lasciato gli zaini nel deposito della stazione degli autobus e ci siamo date al turismo. Abbiamo comprato i cappelli di paglia per le mesetas, un k.way, le pellicole, spedito le cartoline e gironzolato per il centro storico.
Nella cattedrale ci sono dei lavori di restauro. Mentre osserviamo un uomo si avvicina per dirci che quella ringhiera non c’era, non è originale e che stanno falsificando tutto: è vero: era necessario pulirla ma non tingerla. Cerchiamo di consolarlo dicendo che è così in tutto il mondo. Alla fine, ci avviamo a riprendere la nostra vita di pellegrine. Passando davanti al rifugio vediamo tante persone che lasceremo indietro, invece Pietro e Massimo vengono con noi.
A Tardajos troviamo le melesecche già sistemate. È chiaro che non sono contente di vederci e poiché con Pietro e Massimo e Vittoria, l’hospitalera, c’è un bel clima di racconti, il divario aumenta. L’edificio è piccolo, è una delle vecchie scuole che sono state adattate a rifugio per i pellegrini, sono posti poco frequentati perché la maggior parte delle persone cercano i luoghi più grandi. Invece a me pare che qui ci sia un rapporto più personale e si riesca a stabilire un dialogo con chi ti accoglie e uno scambio con gli altri pellegrini (le melesecche sono una eccezione).
Vittoria è molto attenta, precisa e corretta nel dare la precedenza a chi arriva a piedi, controlla quello che avviene nelle due camerate, sia per aiutare se uno ha bisogno, ma anche per controllare che non si facciano scorrettezze. È molto religiosa, ha creato il sello con una intenzione precisa. Pietro è bravo a raccontarle le sue speciali esperienze spirituali di non so dove e non so quando. Però il chiacchierone fa contenta anche me quando comincia a parlare dei libri di J.Saramago. Una digressione letteraria ci voleva!
Dopo una bella doccia, mi sistemo sul tavolino davanti all’albergue per scrivere un po’ di diario. Vittoria si avvicina e mi dice che va a messa e che tornerà fra mezz’ora. Se nel frattempo viene qualche pellegrino devo spiegare che siamo al completo e che a due chilometri c’è un altro albergue. Qui può ospitare ancora 5 pellegrini, basta che siano a piedi. La nomina temporanea a vice-ospitalera mi distrae dai ricordi da trascrivere sul diario, perciò accendo una sigaretta e mi rilasso godendomi il paesaggio. Ma appena alzo lo sguardo, ecco proprio di fronte un bellissimo arcobaleno, così non posso fare a meno di salire in camera per prendere la macchina fotografica e far scendere tutti quanti per condividere lo spettacolo.
13 giugno 2003
Quant’è bella la prima meseta!
In questa stagione il colore dominante è il verde con tante sfumature diverse e tutte che si intonano benissimo con il rosso dei papaveri. Chissà se Elena si sarà stancata nel sentirmi dire sempre: guarda là, hai visto che bello quel prato?… e la siepe… e vedi laggiù…? Chissà se il grande piacere che ho provato guardando questi luoghi mi allungherà la vita o mi salverà da qualche malattia o almeno possa riscattare una parte dei miei stravizi, comunque sia, io me ne sono riempita gli occhi e la mente.
Non avevo mai visto dei campi di grano così rossi! Il papavero in sé non mi ha mai entusiasmato così tanto fino a oggi. Questo rosso così acceso ti infonde energia e rende il paesaggio della meseta ancora più unico. La fresca oasi di Sanbol, poi, ci fa veramente credere di essere in mezzo ad un deserto di grano. In questo piccolo rifugio, allietate dal canto gregoriano di un gruppetto di tedeschi, ci siamo rinfrescate i piedi con l’acqua gelata. Non senza un rimprovero dello zelante hospitalero che ci ha fatto notare che stavamo per immergerci nella fonte di acqua potabile, dove in effetti erano state immerse le bottiglie di bibite. Appena in tempo!
Anche se non avessimo voluto arrivare fino a Castrojeriz, ce l’ha imposto il fatto che Hontanas non ci attira e così, dopo la sosta nella piazzetta alla bella fontana, affrontiamo la calura e speriamo di trovare ogni tanto un pochino d’ombra. (illusione!).
Ma se avessimo supposto di vedere al rifugio di Castrojeriz per prima cosa le melesecche…. e pensare che volevamo andare all’altro rifugio!
A Castrojeriz il caldo accumulato mi ha completamente rincitrullito. Non riesco a godermi la doccia, la fame mi è passata e anche la navigazione su internet per leggere i messaggi degli amici è stata lenta e faticosa. Verso sera si alza un po’ di vento, ma è caliente e non dà soddisfazione. Da lontano si vede un temporale e spero che si avvicini o che ci porti almeno un po’ di fresco. Con un po’ di rabbia vedo il nuvolone passarci di lato e sparire. La tanto attesa tempesta non ha fatto altro che spaventare i paesani, che hanno chiuso i bar prima del previsto, negandoci così anche l’ultima bibita fresca della giornata. “Mìra: la tormenta!” ci urla una vecchina che si sta rifugiando a casa, stupita del nostro “coraggio” nel girare in paese con tutto quel vento. Noi torniamo in albergue deluse e assetate, ma divertite da questa insolita reazione.
La serata si conclude con un po’ di chiacchiere con due ragazze di Siviglia, molto simpatiche, che ci fanno superare anche l’orario del silenzio…
14 giugno 2003
Avevamo anche pensato anzi desiderato di passare la notte a Puente Fitero, alla nostra bella Ermita de San Nicolas, ma abbiamo sbagliato il calcolo delle tappe. E pensare che lì ci sono due baldi hospitaleri, belli e bravi, uno dei quali anche di Bologna. Per loro è l’ultimo giorno di volontariato, poi verrà una coppia di Varese e insieme a loro Diana, compagna di tante tappe del camino dell’anno passato. Le lascio un messaggio, anche lei vorrei vedere ma devo continuare la mia strada di pellegrina e loro il loro compito di hospitaleri. Sono affettuosi e gentilissimi, incoraggiano Elena per la sua allergia alle graminacee, in Galizia gli eucalipti le daranno sollievo. Pietro e Massimo hanno dormito lì. Mi piacerebbe che qui fossero loro a descrivere l’accoglienza avuta a S.Nicolas, come l’ hanno raccontata a me.
…. ci sono venuti incontro e hanno preso lo zaino …. la lavanda dei piedi …. la cena … la foglia di basilico che troneggia sul piatto di pasta …. il caffè con la moka …. la cura delle vesciche …
Volevano farmi invidia, invece hanno ottenuto solo di farmi sentire molto fiera di loro. Più tardi, al termine della nostra tappa incontriamo di nuovo i nostri hospitaleri a Fromista che facevano la spesa. Sono un po’ stordita dai 25 chilometri e non li ho riconosciuti subito, avrei voluto sfruttare meglio quella occasione per conoscere qualcosa della loro esperienza.
A Fromista non ci fermiamo ma prendiamo una macchina per fare venti chilometri fino a Carrion de los Condes. Non abbiamo abbastanza tempo e decidiamo per questa tappa perchè il percorso dei pellegrini lo possiamo vedere: è un marciapiede lungo la strada (andandero de peregrinos) segnato dai pilastrini con la conchiglia. Perdiamo l’esperienza di una tappa che era destinata a los soliloquios interiores. Mi rimane però il desiderio di visitare Villalcasar de Sirga: il tempio romanico S. Maria la Blanca, sarà per quella volta che farò il camino in forma turistica.
Carrion de los Condes è già affollato. Nell’albergue del monastero di S.Clara non c’è posto e così siamo costretti a constatare la trascuratezza dell’altro. L’hospitalera, che è la sorella del parroco della chiesa di S.Maria del Camino, si lamenta che non hanno aiuti ma per me non è solo questo il problema. La città presenta tante cose belle, ma purtroppo anche al ristorante non ci siamo trovate bene. Ma cerchiamo soprattutto di riposare che domani ci aspetta la seconda meseta!
La tappa è stata molto pesante, per problemi di allergia e di dolore al ginocchio. Il caldo è stato sopportabile dato che qui ieri si è abbattuta una tempesta, ma l’umore resta pessimo per tutta la giornata. Me ne rammarico per non aver fatto le feste agli hospitaleros italiani, ma le ragioni restano valide: anche la sporcizia di Carrion de los Condes non aiuta certo a rivalutare la giornata. Anzi, posso constatare l’acidità dell’hospitalera, soprannominata “La Rottermaier” dalla zia Laura, l’anno scorso. Non è così, secondo me, che si dovrebbero accogliere dei pellegrini!
15 giugno 2003
Ci aspettano cinque chilometri di strada asfaltata e li percorriamo all’alba, quasi al buio, poi i dodici tutti diritti del camino medievale che ha utilizzato la precedente Via Aquitania. Il pellegrino che ti sorpassa veloce lo vedrai piano piano diventare sempre più piccolo fino a non riuscire più ad individuarlo. Ma non possono essere monotoni quando ci offrono due arcobaleni, una musica di fondo proveniente da tanti uccellini che non si vedono, e poi come non lasciare affiorare l’effetto psicologico della stanchezza e della ripetitività dei passi!
A Ledigos ci fermiamo a rinfrescarci con una bibita fresca al bar. L’albergue è chiuso, ma il barista fa entrare da una porta laterale una ragazza che sembra distrutta e sembra proprio che abbia bisogno di un letto. Gli altri pellegrini aspettano fuori l’apertura regolare.
Deve essere privato, perché si ferma anche un gruppo di signori dotati di Caravan. Uno di loro mi spiega che sono stati in vacanza in Portogallo e che stanno ritornando in Olanda.
Si aggiunge alle chiacchiere un signore anziano che, quando gli dico che sono italiana, ci tiene a sottolineare che lui è più vecchio del Papa.
Mi chiede se andiamo a Sahagùn perché quella sera c’è la fiesta! “Te gustas los toros?”mi chiede ed io rispondo che mi fanno paura. Forse non capisce la parola “paura” ed io non riesco a tradurgliela, allora rivolge la stessa domanda ad un pellegrino brasiliano, che risponde “no puedo opinar”, spiegando che in Brasile non ci sono feste con i tori. Che diplomazia!
Terradillos De Templarios. Siamo circa a metà camino!
Non ci dispiace trovare un albergue privato per 7 euro e lenzuola sui letti e pranzo e cena già fatto e, per noi, forse in simpatia con l’hospitalera, una camera a soli quattro letti che divideremo con una coppia che poco avevano di pellegrino e molto più di scappatella.
Riposiamo quindi molto e bene e ci vuole perché Elena ha male sotto la pianta del piede. Qua due Pellegrini tedeschi di mezza età, i Tontoloni, entrano a far parte del nostro cammino. L’inizio non è proprio carino; ancora ridiamo pensando agli sforzi della hospitalera per farsi capire sull’orario del pranzo, mentre loro rimangono immobili senza fare il minimo cenno. Sempre immobili a Sahagùn di fronte all’albergue quando noi chiediamo se è aperto o chiuso.
Li ritroveremo con qualche piccola variazione in quasi tutte le tappe e saremo anche nello stesso Hostal a Santiago. Abbiamo la foto e l’indirizzo. Non è che sia nata una amicizia, ma è stata una presenza che a volte non è mancata di premure, per quanto ci sia stato sempre l’imbarazzo di non riuscire a comunicare.
16 giugno 2003
Siamo partite alle 5.30. Mamma mi ha svegliato alle 5 mentre sognavo. Ieri sera ho fatto fatica ad addormentarmi per il dolore ai piedi. Partiamo dopo due pellegrine che spariscono davanti a noi in un lampo. La luna è ancora alta e il cielo stellato. L’aria è freschina. Comincio a camminare a fatica. Dopo pochi chilometri raggiungiamo Moratinos ed io sto praticamente rantolando. La strada è buona, costeggia la statale, ma le fitte ai piedi sono sempre più forti. All’altezza di San Nicolàs mi fermo e tolgo i pezzi di cotone che avevo messo sotto i talloni. È stata una pessima idea. Prendo anche una pasticca di antistaminico perché comincio ad avere una crisi di starnuti. Da lì in poi almeno una mezz’oretta di rantolamento, zoppicamento, vittimismo, crisi isterica tipica cancerina. Tutte le sfighe del mondo in quel momento le ho io. Quando mamma mi chiede se voglio che troviamo un passaggio, le dico un “no!” secco e cerco di reagire. Fanculo il male ai piedi, tanto anche se non cammino fanno male lo stesso. Tanto vale accelerare. E così, dai e dai, l’umore cambia e arriviamo finalmente a Sahagùn.
Mamma riesce a farsi fare una fotocopia della credenziale dall’impiegato del Comune. Ne avremo bisogno, dato che lo spazio si sta esaurendo. Io spero di non usarla, perché vorrei farmene dare una nuova, spagnola. Magari a Leòn, dove molto pellegrini cominciano il camino.
Bercianos ci attende: impossibile non scegliere di fermarsi dopo l’accoglienza avuta a Tosantos. Troviamo un rifugio di stile parrocchiale e i volontari francesi ci riconoscono.
Il luogo non è ancora del tutto sistemato, ma è accogliente. Non conosciamo nessuno dei pellegrini a causa del salto che abbiamo fatto a Fromista, a parte Fernando che a volte cammina di meno per poi far delle tirate, ma a tavola, dopo un piccolo gesto di benedizione, sembriamo una grande famiglia. In quel momento entra un uomo e sembra più un barbone che un pellegrino, ma soprattutto nessuno se lo aspettava e c’è un attimo di perplessità. Non per l’hospitalero però che, sicuro, gli va incontro dicendo: da dove vieni? che lingua parli? gli dà il suo posto a tavola e tutto va avanti tranquillamente, come prima.
Nel paese non c’è la chiesa perché è crollata ed è in progetto la ricostruzione, e neanche l’albergue ha un luogo dove potersi raccogliere un attimo dopo cena per la rituale piccola orazione; ci riuniamo nel prato dietro la casa rivolti verso occidente, verso Santiago e il sole sta tramontando. Al mattino dopo facciamo colazione assieme, poi non sappiamo come salutare i nostri hospitleri.
Loro lo sentono, ogni giorno è così, ogni giorno non si possono commuovere e si preparano ad accogliere nuovi pellegrini, anche noi ogni giorno dobbiamo pensare al camino che ci aspetta e a vivere i nuovi incontri. Ho riflettuto sul mio progetto di fare una esperienza di hospitalera: non credo di essere in grado di sostenere tutte le cose che ne fanno parte.
17 giugno 2003
Arriviamo al El Burgo Ranero dopo otto chilometri. Riusciamo a prendere il sello perché la porta del dell’albergue è aperta. Siamo in dubbio se cercare un aiuto per proseguire, un po’ perché Elena ha male ad un ginocchio e un po’ perché vorremmo avere più tempo da dedicare alla visita della famosa cattedrale a Leòn.
Passiamo dalla stazione per avere un’idea e l’unico treno per Leòn passa dopo cinque minuti. Il dubbio è risolto, anzi lo abbiamo preso come un segno.
Mansilla de las Mulas mi aspetterà fino al prossimo viaggio.
La Visita alla Cattedrale, al suo chiostro, al museo non poteva essere più gratificante. E un altro segno mi è sembrato quello di trovare nel museo due dipinti di S. Cosma e S. Damiano, dei quali mio padre ha sempre avuto grande interesse. Non si possono fare fotografie nel museo, ma sono stampati sul biglietto d’ingresso.
Leòn è bellissima e per fortuna riusciamo a visitarla con calma. Resto affascinata dalle fantastiche vetrate della cattedrale. Tanti turisti scattano foto, nonostante il divieto. Io spero di trovare delle cartoline che le rendano onore, ma invano.
Anche in una città così grande, piena di piccioni, le cicogne si riservano gli spazi più alti delle chiese per costruire il loro enorme nido. Nel cortile dell’albergue ne troviamo tante. Invidio un po’ un giovane pellegrino che ha una macchina fotografica professionale con uno zoom enorme. Chissà che belle foto che avrà fatto.
Purtroppo la sera non possiamo partecipare alla messa con la benedizione del pellegrino. L’hospitalera ce lo comunica dispiaciuta, dicendo che le monache non le hanno spiegato il motivo. Un vero peccato!
Anche la certezza di una nuova credenziale svanisce quando mi vedo offrire dall’hospitalera dei fogli fotocopiati, come i nostri.
18 giugno 2003
Come decidere la tappa dopo Leòn? Villar De Mazarife a sinistra, più lunga ma fra i campi, o Villadangos del Paramo a destra, a fianco della statale ma il vero tratto del camino. Decidiamo per la prima ma temiamo di non trovare il punto della deviazione e chiediamo ad un pellegrino «Mazarife?» Lui risponde serio «Io, vado a Santiago» !!!
Abbiamo sicuramente scelto bene, perché ci ritroviamo su un percorso molto brullo, un po’ in salita, ma molto solitario e sicuramente lontano dal traffico. E poi per nulla al mondo ci saremmo perse il passaggio per Oncina De La Valdoncina, un paesino dove non c’è niente, ma basta il nome per farti venire il buon’umore!
Dopo 20 km, a Mazarife ci riposiamo nell’albergue che troviamo aperto ma vuoto e dove tutti quelli che arrivano dopo ci prendono per le hospitalere. È un luogo piuttosto essenziale ma c’è tutto quello che serve e mentre riposo sotto la tettoia mi incanto a guardare i movimenti dei pellegrini.
Arriva l’hospitalero, un ragazzo cordiale e dopo aver organizzato, torna via. Fa molto caldo e quasi tutti presto dormono e anche io mi distendo sul divano sotto la tettoia. Elena scrive i suoi appunti di viaggio. Il primo ad alzarsi dalla siesta è Nicolàs che prende una bacinella con dell’acqua, la condisce con olio e sale e poi ci mette i piedi a bagno e intanto spiega, prima ancora di avere delle domande, che in questo modo i suoi piedi sono perfetti e che cammina molto e bene.
Alle quattro e mezzo ci rimettiamo in cammino e ci accorgiamo che dobbiamo fare ben 13 km; partiamo disapprovati dal gruppo. Il sole picchia forte e sfruttiamo la più piccola ombra.
Mancano pochi chilometri alla meta e siamo molto stanche ma quando vedo un gruppetto di mucche al pascolo nel campo a fianco della strada, dico alla mamma che c’è una mucca proprio lì vicino al filo spinato sdraiata sotto l’ombra di un albero che mi fissa. La voglio salutare e comincio a farle i complimenti e lei apprezza sventolando le orecchie (o forse scaccia le mosche?). Ma da lontano si alza un’altra mucca, tutta nera, anche lei era in siesta all’ombra e comincia a fissarmi con aria minacciosa. Chiedo alla mia amica se è per caso un toro, perché le corna non le vedo; l’atteggiamento sembra ostile e non ricevo risposta, così le dico che si è fatto tardi e che devo andare. Ci salutiamo con una sventolatina di orecchia.
Raggiungo la mamma che sta attraversando un binario ed io le dico di fermarcisi sopra, così le faccio una foto. Lei sorride e mi dice “Perché non la faccio io a te?”
Penso se non sia il caso di appoggiare l’orecchio alla sbarra di ferro per sentire se arriva un treno, ma la stanchezza vince sul gioco e così ripartiamo senza perdere ulteriore tempo.
A Hospital de Orbigo non riesco a godermi il bellissimo ponte e infatti anche la foto che scatto è proprio brutta. L’hospitalero però ci acccoglie con gran calore (questo ben accetto) e un regalo che mi fa svanire tutta la stanchezza: quando vede che la mia credenziale non ha più spazio per il sello, mi offre una nuova credenziale spagnola. Sono quasi commossa. Mamma ringrazia da parte mia con una generosa donazione.
19 giugno 2003
Ad Astorga trovo lo stesso ospitalero dell’anno passato. Sembra contento di sentirmelo dire. Ricordo il suo commento sul pellegrinaggio con una sorella come una prova interessante. Questo anno sono con mia figlia, ancora meglio, dice. Prova a dirmi le regole dell’albergue ma poi dice: lei sa già tutto. Sì, ricordo anche che alle sei del mattino c’è la sveglia con una musichetta. Questo anno si fa alle sei e mezzo.
Purtroppo per me la sveglia non sarà necessaria: un pellegrino ha tenuto tutta notte alto il registro del suo russare e io e il corteggiatore di Elena non abbiamo dormito affatto.
Oggi la tappa è stata corta, solo 17 km, ma abbiamo fatto il tempo a prenderci un po’ di caldo lo stesso. Il tragitto è bello, in mezzo alla campagna. Incontriamo qualche fattoria ed ho così l’occasione di salutare un bellissimo vitellino che ad ogni mio complimento sventola le piccole orecchie e lecca le sbarre che ci dividono. Sono tentata di avvicinarmi ed accarezzarlo, ma non sono sicura se i vitellini hanno già i denti forti. Decido di risparmiarmi i “ditini”.
Ormai siamo quasi arrivate ad Astorga, stiamo attraversando la periferia. Il percorso ci risparmia la statale, ma ci fa passare dietro enormi fabbriche e non è che sia molto meglio. Sopra un piccolo ponte, però, mi volto ad osservare il ruscello e vedo laggiù in fondo, davanti ad una casa, una presenza: “Mamma, guarda, c’è un leone!”, urlo, e decido di scattare una foto. Il tempo di un click e sento subito l’abbaiare cattivo di un cane. Il mio leone resta tranquillo, mentre il suo amico a fianco è molto arrabbiato. Devo averli svegliati. Per fortuna sono entrambi legati!
L’albergue di Astorga apre alle 13, ma alle 11.30 quando arriviamo l’hospitalero ci accoglie con un sorriso: siamo praticamente le prime! Quando vede la mia credenziale si scurisce in volto e mi chiede chi me l’ha data. Vorrei mettermi a piangere. Perché? Non va bene?
Mi spiega che la credenziale spagnola ufficiale ha una diversa intestazione e che l’hospitalero di Hospital de Orbigo probabilmente non è molto pratico. Ne tira fuori una ufficiale e me la sostituisce. Io rincomincio a respirare.
Vado a cercare l’Internet Point, anzi il Cyber, come lo chiamano qui. Purtroppo, però all’albergue non trovo nessuna piantina e così mi metto a cercare per il centro. Non dev’essere lontano dalla cattedrale. Ad un certo punto vedo venirmi incontro un poliziotto. Colgo l’occasione al volo: lui mi scuserà se non parlo uno spagnolo corretto. Mi dice di seguirlo e mentre lo “rincorro” una signora lo chiama. Lui si ferma e risponde che arriva subito, deve solo dare un’indicazione a questa chica e poi arriva. Sentirmi chiamare “chica” da un poliziotto in uniforme mi ha dato la sensazione come di … facente parte della comunità. Bello! Imbarazzata e presa alla sprovvista dal suo saluto frettoloso, mi sono confusa e così per ringraziarlo ho risposto con un bel “Gracias Millas”!
20 giugno 2003
A El Ganso troviamo un bar molto particolare, tutto arredato stile western. Che cosa strana per un locale che si trova lungo il camino di Santiago! Ci sediamo nei tavolini fuori e facciamo colazione con un’ottima tortilla. Ci raggiungono anche gli antipatici di Pamplona.
Mentre ci stiamo preparando per ripartire, arriva un pellegrino tedesco, già notato nell’albergue di Astorga per i capelli rossi rossi, il suo sorriso molto gentile e soprattutto per le inseparabili bretelle (tra un po’ le teneva anche a letto!). Si avvicina e mi dice tutto serio una frase in tedesco. Dico che non capisco. Prova a dire qualche parola in inglese. Nomina Astorga, l’albergue, e indica proprio me! Che cosa avrò mai fatto ad Astorga? Ho russato? Ma perché è così preoccupato? Capisce che non ci intendiamo, allora tira fuori il suo coltellino (oh, oh…) ed estrae delle minuscole pinzette. Le schiaccia per farmele vedere bene, mi indica e poi fa il cenno indietro, ripetendo Astorga. Aaaah: ho lasciato le mie pinzette in albergue!
Ma pensa! Che carino! Lo ringrazio e gli dico che vabbè, le ho dimenticate, ma non c’è problema. Lui alza gli occhi come per ricordare una parola e mi dice: “oro!”. Si, è vero, le mie pinzette erano di colore oro, ma lo rassicuro: “no real oro!”, “no gold!” Comincia a tranquillizzarsi e a quel punto si siede e ordina una bella birra fresca, finalmente rilassato.
Abbiamo già gli zaini in spalle ed arrivano i Tontoloni: anche loro un bel discorso in tedesco fitto fitto per dirmi che ho lasciato le pinzette ad Astorga (il gesto delle dita a mò di pinzetta traduce chiaramente il loro discorso). “Si, si, lo so, no problem, no problem, muchas gracias!”, continuo a ripetere e dico alla mamma di affrettarsi per non incappare in altri pellegrini preoccupati.
Camminando sorridiamo compiaciute della gentilezza di questi pellegrini tedeschi. Ma… quanto costeranno un paio di pinzette in Germania?
Lo stile e l ‘ambiente che si vive all’arrivo di un albergue ogni giorno può essere molto diverso. A Rabanal del Camino il rifugio El Gaucelmo è tenuto da volontari della confraternita inglese di S. Giacomo. Qui ci sono due hospitalere che ti salutano dicendo il loro nome: Maddalena prende i dati, Cristina accompagna alla camera e assegna il letto: a chi intende partire al mattino prima delle sei in un settore, gli altri nella parte centrale. A me, sicuramente valutata la più vecchia di quella giornata, danno la stanza con soli quattro posti letto e gli altri due non verranno occupati, ed Elena una volta tanto gode il privilegio di essere con la mamma. Il rifugio ha aperto solo alle due ma da allora in poi l’attenzione e la presenza di queste due giovani volontarie è perfetta.
Domando loro se conoscono il musical Jesus Christ Superstar e il bellissimo brano di Maddalena: Maddalena non lo conosce (è giovane) invece Cristina me lo accenna e canta anche benissimo. Il rifugio è bello, la cucina ordinata e pulitissima è fornita di tante cose per i pellegrini.
In albergue conosciamo due sorelle giapponesi. Sembrano stanche morte, anche dopo la doccia e girano di qua e di là, controllando i panni stesi ad asciugare. Cogliamo l’occasione per conoscerle, parlando un timido inglese. Fanno tappe brevi perché camminano lentamente ed evidentemente non sono molto allenate. Riusciamo a dire loro che abbiamo una giapponese in famiglia, anche se in realtà ora la grande famiglia ora è proprio questa: tutti noi pellegrini!
Le poche informazioni scambiate vengono compensate da lunghi e sinceri sorrisi.
21 giugno 2003
La strada per la Cruz de Hierro si alterna fra sentieri pieni di ginestre e tratti di asfalto. Nell’ultimo tratto siamo infastidite dalle mosche che ci vengono addosso come se fossimo il cruscotto di una macchina e siccome non rimangono appiccicate, ci ronzano attorno.
E’ infastidita anche una signora che è avanti e indietro a noi in una alternanza di tranquilli sorpassi. Lei ha un passo non veloce ma costante e molto costante direi perché viene da Le Puy.
Alla Cruz de Hierro arrivano i Tontoloni e si fanno fotografare. Arriva anche un pellegrino, lo conosciamo come ‘quello della Galizia‘: desidera fare una foto con le due piccole italiane, allora lo vogliono anche i Tontoloni.
Mi faccio fare una foto accanto alla Cruz de Hierro e ne approfitto per lasciare la mia boccetta, ancora mezza piena, di Ribes Nigrum, esprimendo il desiderio di lasciare lì, come ricordo, la mia allergia alle graminacee. Speriamo che gradisca il regalo…
A Manjarin incontro un gruppetto di mucche al pascolo: ci sono due vitellini fantastici. Il tempo di fare qualche foto e la mamma mucca comincia a guardarmi male lanciandomi dei “mu” minacciosi. Ochei, ochei, me ne vado.
Mamma entra nel rifugio e ne esce con una piccola zucca come regalo. Che bello! Adesso mi sento una vera pellegrina anch’io.
Nel frattempo la aspetto di fronte alla famosa insegna con l’indicazione delle distanze: Santiago 222 km. Ma come? Nell’albergue di Rabanal c’era scritto Santiago 218 km! Insomma, bisognerà che si mettano d’accordo!
Nel bar di El Acebo un ciclista-pellegrino mi offre il suo bicchiere e insiste perché assaggi il sidro e dice che è un‘ottima bevanda per chi cammina. Allora mi provoca e finisco per dire quello che ho sempre pensato sui ciclisti sul camino. In effetti è simpatico e precisa che lui il cammino lo ha fatto più volte e anche in compagnia di amici italiani. Finiamo per parlare di Berlusconi. Anche per lui mentre si allontana sentiamo come una piccola perdita, eppure ogni giorno sappiamo che quelle persone che in quel momento ci sembrano così vicine nella fatica, nella scelta, non le vedremo più.
Lo vedo con il suo amico fermarsi vicino al cimitero dove è ricordato un pellegrino ciclista morto per un incidente.
A Riego de Ambros entriamo nell’albergue per riposarci un attimo e farci mettere il sello. Dentro c’è solo un ragazzo che ci guarda ma non ci considera. Prendiamo qualcosa di fresco nella macchinetta e solo quando mi avvicino per mettermi il sello, capisco che è l’hospitalero.
L’albergue è molto bello, ha solo due anni.
Quando usciamo, mi fermo alla fontana per rinfrescarmi il viso. Mi aiuta il tedesco con le bretelle, che mi tiene schiacciato il pulsante mentre io tengo le mani a mò di bacinella. Purtropp0, il getto è violento e il risultato è che alla fine siamo entrambi fradici, mentre il viso è ancora asciutto. Per fortuna il sole picchia. Scoprirò poi che il mio amico si chiama Rudolph e che ha già fatto il camino ben 5 volte. In effetti sembra molto esperto e la bretella ne è una conferma!
A Molinaseca sosta per aspettare che sia meno caldo. Arrivano le due pellegrine giapponesi.
Ed ecco la sgradita sorpresa: i miei sandali sono rotti e siamo di sabato. Chiedo al pellegrino della Galizia se è possibile che a Ponferrada i negozi siano aperti.” Seguro que sì.” Sarà necessario prendere un taxì per arrivare prima della chiusura. Appena salita sul taxi apprendo che i negozi sono chiusi. Cercheremo del mastice in un supermercato e infatti poi Elena sistemerà i miei preziosi sandali.
Il saluto con le due sorelle giapponesi sembra l’addio di due fidanzati: arriva il taxi, salutiamo con un cenno della mano e le vediamo sbracciarsi, seguirci con lo sguardo mentre il taxi si allontana. Non mi perdonerò mai di non aver scattato loro una foto!
Cosa c’è di particolare a Ponferrada? Nel cortile dell’albergue, a fianco dell’edificio c’è una scultura di legno dove lavorano i pellegrini. La traccia del lavoro è fatta da uno scultore che è presente e che, se necessario, interviene.
C’è poi la chiesetta, il piazzale, le camerate per le comitive e per i pellegrini piccole stanze di soli sei o otto posti, il luogo non in vista per stendere i panni e le biciclette si posteggiano dietro il muretto. Insomma, tutto è bello, ordinato e nuovo, non manca niente per il confort e la cucina è molto frequentata. C’è anche una volontaria che cura i piedi.
Davanti a lei c’è una lunga fila di pellegrini che si fa sistemare le vesciche. Lei lancia dei sorrisi smaglianti ma quando prende il piede fra le mani si trasforma: controlla seria la situazione, apre la sua borsa medica e con grande professionalità estrae aghi, disinfettante e cotone. In un attimo il piede è sistemato e sul suo viso ritorna lo splendido sorriso. E’ raro vedere lo stesso nel pellegrino che si allontana con una espressione mista tra la riconoscenza e l’enorme sofferenza.
Non so se è il caso di farle vedere la mia piccola vescica. Non mi dà molta noia, ma preferirei curarla in tempo. Consulto il dizionario tascabile della mamma e cerco come si dice “consiglio”. L’intenzione è quella di non andare sotto i ferri, ma di chiedere solamente cosa devo fare. La sua risposta è rapida: allunga le mani e mi afferra il piede. Mi guarda sorridente e mi chiede se sono una donna “fuerte”, mentre con una mano apre la sua valigetta. Con la voce tremante rispondo di sì e mi volto come quando vado a fare le analisi del sangue. Se non guardi, non sai quando arriverà il dolore dell’ago. “Vale!” Il piede è sistemato. Non credevo di essere così fuerte: non ho sentito proprio niente.
Dispiaciute per non aver fatto in tempo a dare il nostro contributo alla scultura di legno, io e la mamma aiutiamo a pulire il terreno dalle scaglie di legno. Si avvicina un ragazzo per ammirare l’opera e la mamma gli chiede se ha partecipato anche lui al lavoro: la sua risposta è fantastica: “Yo soy andalin!”
22 giugno 2003
A Villafranca del Bierzo ritroviamo Lula, una ragazza irlandese che a Ponferrada stava nel letto sopra al mio. E’ un bel personaggio ma parla molto veloce e con un accento strano e purtroppo io la capisco sempre quando ormai non serve più.
Facendo un piccolo tratto insieme le chiedo da dove viene: Irlanda! E pensare che credevo fosse americana. Non si capisce proprio niente quando parla! Lei mi chiede se sono francese e io mi stizzisco. Ancora ed è l’ennesima volta che mi scambiano per una francese e questa cosa proprio non mi va giù. Sarà che lungo il cammino di francesi svegli e simpatici ne abbiamo incontrati proprio pochi!
Ci fermiamo nel rifugio vicino alla chiesa. Il luogo è un po’ spartano anche con dei lavori di mantenimento mentre l’albergue municipale è grande, bello e nuovo. Lula si ferma al primo e dice: è sufficiente. Anche per lei, nel salutarla, avvertiamo una piccola perdita.
C’è un gruppo di turisti italiani che con la guida ammirano il portale della chiesa di Santiago. Ricordo e penso alla mia visita dell’anno prima, quando una signora si stacca dal gruppo e viene verso di me. Mi chiede se sono una pellegrina e perché e come si fa ad esserlo, poi quasi si scusa di essere solo una turista e mi fa i complimenti e ritorna al suo gruppo che se ne stava andando giù per la discesa. Proprio per quella discesa e chissà che sia stato per meritarmi quei complimenti, o forse solo per il caldo e anche potrebbe essere, come avrebbero detto Pietro e Massimo (chissà dove sono finiti quei due) che il corpo si ricorda, ho accusato dolori al piede destro e mi sono trovata a zoppicare proprio come l’anno precedente negli stessi luoghi.
Per arrivare a Pereje devo fermarmi a riposare ogni chilometro.
E chi troviamo a Pereje? I Tontoloni. Li vediamo appena entrati nella camera al pian terreno. Anche loro sembrano sorpresi. Io faccio l’ultima fatica di fare la scala perché la camera di sopra è più bella e c’è anche un salotto con tavoli, riviste e televisione. Sono sei euro ben spesi e anche i sette della cena. L’hospitalera è un po’ freddina e seria ma si mostra contenta quando le dico che c’ero anche un anno fa.
Nel giardino c’è un bel lavatoio, che però è completamente vuoto e pieno di api. Spero che non sia pericoloso. Ci metto un po’ per capire che per far uscire l’acqua dal tubo devo schiacciare un pulsante che si trova proprio sotto i miei piedi. Che cosa strana! Lavo i panni alla bell’è meglio, un po’ per non sprecare acqua, un po’ perché ho paura di disturbare le api che per ora si lasciano innaffiare tranquille.
Ad un certo punto arrivano tre ciclisti e si fermano lungo la strada, davanti all’entrata dell’albergue. Uno di loro mi urla qualcosa. Mi hanno scambiata per l’hospitalera e mi chiedono se possono prendere da bere. Rispondo che non sono l’hospitalera e che non so se sia potabile l’acqua del lavatoio. Intanto si avvicinano. Sento il signore spagnolo che risponde, come fra sé e sé, “sì, sì, potabile!”. Vengono a riempire le borracce e intanto mi chiedono se sono inglese? Francese? spagnola? Quando rispondo italiana, mi fanno delle gran feste. Chiedo loro se stanno andando a O Cebreiro. Stanno tornando indietro da Santiago. Tornano in Germania. Si rimettono sulla statale, passando direttamente dal giardino, con la bici in spalla (comodo!). Salutandoli mi viene in mente che la mamma racconta che l’anno scorso al ritorno da Santiago dal pulman aveva visto i pellegrini al lavatoio e si era commossa. E’ vero: dev’essere stata proprio una emozione.
23 giugno 2003
Il primo tratto è ancora lungo la statale. L’unica consolazione è che, come ieri, il nostro percorso è protetto da una continua fila di divisori in cemento. La coppia di spagnoli delle Canarie ci precede, ma ad ogni incrocio li vediamo aspettarci. Non credo sia per gentilezza, quanto più per essere sicuri di prendere la strada giusta.
A Vega de Valcarce facciamo una sostanziosa colazione, con pane formaggio e prosciutto. Non so come, ma ho una fame da lupi. Meglio così, dato che ci aspetta una bella sfacchinata. Mamma per fortuna ha deciso di farsi portare lo zaino in macchina fino a O Cebreiro, così può camminare sforzando meno la caviglia. Anche Carmen, la spagnola delle Canarie ha fatto la stessa scelta: anni fa si è rotta una caviglia e sul camino ora si fa sentire.
Cerchiamo sollievo al caldo alla fontana di La Faba ma arrivano le pecore a rubarci il posto. Elena può finalmente divertirsi a fotografarle da vicino.
Ma quanto manca e dov’è questo O Cebreiro?! In lontananza si vede una figura vicino ad una nuvola bianca, vuoi vedere che è un pellegrino! Infatti, dopo poco anche noi passiamo dal bagno di sudore al bagno di nebbia. Peccato, non ci potranno vedere da casa!
Il paesaggio si fa sempre più montano. La guida dice che O’ Cebreiro non si vede, ma si “intuisce”. Finalmente si intravede l’ultimo paese. Ci rinfreschiamo alla fonte ma veniamo circondate da un branco di pecore che prendono il nostro posto e ci costringono ad allontanarci. Però scatto loro una bella foto. I due pellegrini che erano con noi alla fonte proseguono e spariscono all’orizzonte. Riprendiamo la strada, che va proprio verso la nuvola. Scatto una foto per i bellissimi giochi di luce e ombra. Sarà difficile che renda l’idea…
Entriamo nella nuvola: c’è un gran vento e forte umidità. La strada gira tutt’intorno al monte. Il vento umido ci ghiaccia addosso la maglietta ancora bagnata di sudore: si muore dal freddo. Chi l’avrebbe mai detto?
A O Cebreiro il nuvolone è fitto fitto. Non si vede proprio niente. Tantomeno mi possono vedere gli amici che sono su internet sulla web-cam. Provo a descrivere il mio abbigliamento e mi metto a mo’ di statuina con le braccia alzate, ma immagino che sia un vero problema riuscire a distinguermi.
In più ci si mette anche la cima di un albero a coprire in parte la visuale. Per fortuna sono la sola lì davanti. In effetti i pellegrini che passano stravolti per entrare in albergue mi guardano increduli.
Pranziamo e ci riposiamo. Vado all’albergue a prendere il sello e trovo Carmen, Nicolàs e tanti altri tutti stanchi e infreddoliti. Faccio una gran figura dicendo che proseguo anche se è solo per pochi chilometri fino a Hospital della Contesa. Speriamo di uscire dalla nuvola. Invece di trovare il tempo migliore troviamo l’albergue allagato. Bisogna aspettare fuori mentre che gli idraulici riparano il guasto. I Tontoloni sono bloccati nella camerata.
Ma c’è anche un altro problema, non ci sono né bar nè negozi e anche i contadini non hanno niente da venderci. Alla fine, vediamo partire tre baldi giovani (di nazionalità diverse) verso O Cebreiro a fare la spesa, e poi preparano la cena per tutti. C’è un po’ di imbarazzo perché non c’era stata una comunicazione chiara; comunque, si mangia e dopo il clima è più disteso. Un ragazzo francese mentre riordiniamo la cucina mi canta le canzoni di J.Brel. e poi: O when the saints, to Santiago’.
I Tontoloni hanno cenato per conto loro. Hanno un contenitore misterioso. Hanno provato a insegnarmi i giorni della settimana in tedesco solo per dirmi in quale giorno pensano di arrivare a Santiago. Uno di loro mi ha detto di essere in pensione, mentre la moglie è a casa che lavora (e fa una gran risata). Per quanto sia la terza volta che fa il camino una parola di spagnolo non sa dirla.
24 giugno 2003
Siamo arrivate a Calvor con le nostre gambe, nonostante il mio piede a volte dolorante a volte no e soprattutto nonostante le previsioni che avevamo fatto al mattino. Durante la notte avevamo sentito fischiare un vento forte e al mattino c’era una nebbia fitta e sembrava dovesse arrivare da un momento all’altro una tempesta.
I Tontoloni mettendosi in cammino dicono di aspettarci a Sarria, … ma noi siamo titubanti … magari cammineremo sulla strada asfaltata invece di avventurarci nei sentieri con quella nebbia anche se così si allunga di cinque chilometri … invece la giornata piano piano si rimette. Durante il percorso ricordo dei particolari molto precisi vissuti l’anno passato. Rivedo il prato in cui era seduto il pellegrino australiano. Riconosco un bar e mi ricordo i discorsi fatti il quel momento, ho addirittura nostalgia di quelle persone.
A Triacastela facciamo un po’ di spesa perché a Calvor non c’è niente e poi prima di rimetterci in cammino Elena beve una birra e io mi concedo un Martini. “! Por camminar! “mi dice la barista. Riprendiamo la strada e assistiamo ad un rientro dal pascolo delle mucche vigilato da un cane. Una mucca un po’ distratta e non seguiva correttamente il gruppo e il cane prima ha abbaiato, poi l ‘ha inseguita e infine ha cercato di morderla nelle zampe. La mucca cercava di scansare il morso ma provava anche a calciare: la lotta è stata rapida ma buffa e la mucca è rientrata nella stalla sconfitta.
E finalmente nel pomeriggio arriviamo a Calvor. Dopo aver fatto la doccia, ho proprio bisogno di riposare ma vedo un ragazzo fare un esercizio yoga, e la voce del sangue si fa sentire. Cominciamo a parlare delle nostre esperienze (Elena non c’è a farmi da calmiere), altri intorno si interessano. Vorrei accennare qualche posizione che io preferisco, ma il corpo è troppo rigido dalla stanchezza.
Pochi giorni dopo siamo gli stessi a Melide, in fila per utilizzare la lavatrice. Per ingannare l’attesa accenno scherzando ad una posizione yoga e poiché tutti si fanno molto attenti, mi concentro e la faccio: mi viene perfetta! Tutti apprezzano la dimostrazione e sono contenta di essermi un po’ riscattata, con quel piede zoppicante, con il modo di camminare poco veloce e, perché no, anche perché sono la più vecchia.
25 giugno 2003
Poco prima di arrivare a Brea, dove c’è il famoso cippo dei 100 km, mi fermo a salutare una mucca al pascolo che si trova proprio vicino al sentiero. Mi passa accanto Nicolàs, come un fulmine e mi dice “una vaca de leche!” ed io, col mio spagnolo ormai sicuro, rispondo “Se nota!”.
La vaca de leche si avvicina ad un piccolo stagno dove una ranocchia sta gracchiando a squarciagola. Avvicina il muso verso l’acqua ed io grido “No!”. La mucca mi guarda per un breve istante, giusto in tempo per far scappare la malcapitata ranocchia. Posso riprendere a camminare tranquilla…
A Brea rinunciamo alla foto col famoso paletto degli ultimi 100 km, perché è pieno di scritte e scarabocchi. Un vero peccato! Ci consoliamo con una colazione a base di pane tostato e olio e una bottiglietta di sidro, che scopro non piacermi.
A Portomarìn non mi volevo fermare. E infatti, ci siamo solo riposati poi alle cinque io ho preso un taxi fino a Gonzar e Elena si è fatto quel tratto da sola. A Gonzar appena scesa dalla macchina uno dei Tontoloni mi viene incontro dicendo: « Komplet !» e invitandomi ad andare cercare alloggio al posto successivo. Ma io devo aspettare Elena e poi è tardi e quindi cerco di risolvere li. Nel privato non c’è niente, l’hospitalera non collabora, anzi sa benissimo che un gruppo di persone hanno la macchina al seguito.
Nicolàs mi trova mentre mi ritaglio un angolino sul pavimento della camerata e mi propone di spostarmi in una specie di garage dove è andato lui. Intanto ceniamo all’aria aperta e scrutiamo il cielo: potrebbe piovere. Andando in cucina per gettare i rifiuti la troviamo vuota. Le persone che prima vi avevano preso posto sono andate via. Ci sistemiamo in terra in un angolo, un altro pellegrino sui due tavoli riuniti. La notte passa, per me non è tanto più brutta di molte altre.
Al mattino ci alziamo presto. Arriva dal piano di sopra una pellegrina che ha dormito in un letto normale a farci fretta di sgomberare perché lei deve fare colazione. Si siede, assieme al suo compagno, in un angolo e mangiano la tortina facendo delle piccole fettine. Ci asteniamo dal discutere, ma il nostro compagno è molto teso. Dall’altra stanza un italiano brontola a voce alta: è meglio che lo chiudano questo cammino piuttosto che gestirlo così.
26 giugno 2003
In questo tratto abbiamo incontrato due ragazze di Padova, con le quali abbiamo fatto un po’ di strada. E così anche loro hanno potuto vedere la scena d’amore fra Elena e un asinello che era vicino al nostro sentiero. Elena lo chiama, l’asinello si avvicina e poi lei prende un ramo per poterlo accarezzare e poi gli scaccia le mosche che aveva sotto l’occhio destro e poi si accorge che lì aveva una ferita ……. le faccio una foto ricordo e poi … si devono lasciare.
Il suo pellegrinaggio è stato un vero incontro con la natura. Le mucche, i vitellini, le pecore, i cavalli, i muli (prima di O Cebreiro), le cicogne, gli uccellini (soprattutto quelli nelle mesetas) le papere che ha fotografato per Costanza, e se poi passiamo al mondo vegetale l’elenco diventa lunghissimo.
A Melide ancora abbiamo la sensazione di un albergue trascurato. L’ambiente sarebbe grande e ben attrezzato ma manca proprio la presenza di una organizzazione efficace. Come non notare la differenza con altri posti tenuti da volontari che sono stati a loro volta pellegrini!
Siamo partiti prima dell’alba, poi il cielo comincia a diventare più luminoso. Nei pressi di una fontana ci sorpassano due pellegrini uno con una maglietta grigia a righine che nel pomeriggio vedo sempre stesa ad asciugare. Salutano molto corretti, un po’ freddi, molto presi dal loro andare preciso e veloce.
Li vediamo andare avanti mentre noi per guardare la fontana ci accorgiamo che dietro di noi sta spuntando il sole e c’è un gioco di luci e colori bellissimo. Allora li chiamo e insisto perché non sentono. Alla fine, si voltano. Lo spettacolo è proprio di fronte a loro, ma non lo vedono e mi guardano con aria interrogativa. Io indico, parlo in italiano, gesticolo e loro girano lo sguardo sulla fontana, sul viottolo da dove eravamo arrivati poi alzano lo sguardo e vedono… allora manifestano compiacimento, scattano una foto e ripartono con quei passi forti e sicuri. Un facile commento!
Il giorno dopo a Pedrouzo al mattino presto, all’ultima colazione prima di arrivare a Santiago, la maglietta a righine con il suo compagno vengono a salutarmi. Facciamo gesti, sorrisi, poi uno di loro mi dice lentamente in inglese: «Ci rivedremo in un’altra vita!» e sono partiti. Erano ambedue commossi, e più di me. Non avevo più commenti facili da fare.
27 giugno 2003
Usciamo da Melide che è ancora buio. Ci facciamo luce con le pile ma ogni ombra sembra un ostacolo. Vedo sulla nostra sinistra un mucchietto di pelo. Sento una presenza animale. Faccio finta di niente: magari è un topo. Meglio non spaventare né la mamma nè lui. La curiosità però non frena la mia mano, che dopo pochi passi rivolge la pila sull’animale: era un piccolo riccio impaurito. Che carino! Speriamo di non averlo spaventato troppo con le nostre enormi ombre.
Non bastano i boschi di eucalipto per distogliere Elena dalla delusione della Galizia. A cominciare dai selli che sono tutti uguali per finire alla mancanza di pulizia dei rifugi ugualmente presente. Ma a Pedrouzo c’è stato un conforto: è arrivato nel tardo pomeriggio, dopo quarantacinque chilometri Fernando, uno del gruppo bevitori di Logroño. L’ultima volta che era stato con noi risaliva a Bercianos. Sono emozioni speciali, abbraccia commosso anche me.
28 giugno 2003
Naturalmente l’ultima tappa sembra eterna. La guida dice che il desiderio di arrivare a Santiago cancella l’ultima fatica. Io invece vorrei che il camino non finisse mai perché la vita da ‘pellegrina’ è una esperienza unica, e l’idea di lasciare il camino mi rende triste e col passo pesante.
Ma a Santiago e con l’arrivo alla Cattedrale si apre tutta un’altra atmosfera e tante emozioni: la piazza, la chiesa, il portico della gloria, la navata, l’altare e sopra la statua di Santiago, la consegna della Compostela, poi… all’Hostal … e il camino è finito. Finito, finito, lo zaino sta due giorni in un angolo. Diventiamo turiste: una bella dormita, acquisti, prenotazione del viaggio di ritorno.
Il giorno dopo, domenica, alla messa del Pellegrino ancora emozioni. Vediamo tanti compagni di viaggio: Nicolàs ci viene incontro e non nasconde il groppo alla gola. La Messa è cantata da un coro di Siviglia. L’officiante parla lentamente e sembra proprio che voglia farsi capire da tutti. La chiesa è piena, ci sono tanti turisti ma i pellegrini sentono una appartenenza diversa.
Il Botafumeiro con grande effetto benedice tutti.
Lucia e Elena
LA VIA FRANCIGENA



Lucca Torino 2005
| Diario Il diario è stato scritto da Lucia Mazzucco con l’ampia collaborazione di tutti i confratelli i cui interventi sono evidenziati con caratteri differenti dal resto del racconto. I nomi di cammino, in corsivo a fianco ai nomi, sono stati assegnati da Lucia a partire dal pellegrinaggio dello scorso anno e confermati in questo. Sono nomi “guadagnati” sul campo, perché anche il nome è un segno del cammino. Leggendo il diario è possibile anche vedere una numerosa raccolta di foto “cliccando” sulle parole sottolineate. Per il paziente lavoro di composizione della pagine ringraziamo Franco Cinti. Prologo Per il desiderio di fare il pellegrinaggio a piedi dalla sua abitazione della sua città fino a Santiago di Compostela, anche se frazionato in diverse tappe, il nostro amico pellegrino e confratello Franco S. parte quattro giorni prima dell’inizio del nostro viaggio. L’inizio del suo percorso è una scelta particolare, via Valdaposa a Bologna, dove sulla parete dell’edificio che si trova di fronte alla chiesetta dello Spirito Santo, si trova un affresco che rappresenta proprio il Volto Santo di Lucca. Della origine di questo affresco ancora non abbiamo notizie certe, ma esserne venuti a conoscenza è stato motivo di gioia e un segno, un invito al pellegrinaggio. Franco: Questo pellegrinaggio l’ho vissuto in maniera particolare e mi ha regalato momenti di forte intensità spirituale. Sono partito dal Volto Santo dipinto sulla facciata di una casa della mia città, Bologna, l’ho ritrovato nella Cattedrale di Lucca, fino alla conclusione davanti alla Sacra Sindone a Torino. Ho percorso antiche strade in disuso e la Via Francigena in compagnia di cari amici di vecchi cammini e nuovi amici di quest’anno e sono quasi riuscito a portare a termine un mio sogno, quello di completare il cammino da casa mia a Santiago di Compostela. Partito lasciando la mia parrocchia, San Martino di Bertalia, quanti San Martino incontrati! Era come essere a casa, tutte chiese silenziose e lucenti come la mia! A pochi km. da Bologna una casa con una formella ed una dedica all’Arcangelo Michele, la chiesa di Montepastore anch’essa dedicata a San Michele, per finire con quella di Pavia contenente quel meraviglioso labirinto disegnato sul pavimento! Segni inconfondibili: la nostra confraternita è stata rifondata il 29 settembre, giorno dedicato a San Michele. Poi a Sambuca Castello, un paesino di soli 7 abitanti, sperduto fra i boschi dell’Appennino con la chiesa dedicata a San Giacomo e San Cristoforo. Altopascio: un’emozione fortissima percorrere i pochi metri della vecchia strada ed attraversare l’arco dell’antica porta che tutti i pellegrini hanno varcato per entrare. Ho subito pensato alla ” Smarrita” che non avrei sentito suonare quella sera, invece in una successiva tappa (non ricordo quale) in una mattina nebbiosa, si sentiva suonare la campana di una chiesa, era nella direzione dove andavamo ed ho subito pensato alla “Smarrita” ed ho provato nel profondo la gioia del richiamo e del non essere abbandonato a se stessi, ma che c’è sempre qualcuno che si preoccupa per te e ti aspetta: è DIO che ti cerca e ti indica sempre la strada! Sono con lui Fabiano e Rodolfo Fabiano: Arrivammo a Sambuca Castello percorrendo in salita e nel bosco gli ultimi 3-4 km della Via Francesca. È un percorso antico con alcune fonti e pannelli illustrativi; a un certo punto incontrammo una famigliola di cinghiali… Al paese c’è un rifugio per viandanti e sopra la Locanda del Castello con annesso ostello, il tutto ristrutturato in occasione dell’ultimo giubileo. È gestito molto bene da una coppia di bolognesi con aiuti occasionali da parte di amici: in breve la cucina è ottima e pure la prima colazione. Sai com’è negli alberghi, bisogna compilare un modulo con i tuoi dati personali; ricordo con un certo imbarazzo che la mattina, durante la colazione, mi irritai perché mi chiesero di ricompilare il mio modulo che non si trovava più… Nel paese c’è un tale di Firenze che si presta a fare il sacrestano, fu molto gentile con me e Franco, ci fece parlare con un suo amico (che poveretto stava dormendo) perché ci indicasse un percorso alternativo alla strada. Costui, nonostante il disturbo, ci accolse nella sua casa, ci offrì del vino, e ci spiegò il tragitto in mezzo al bosco (che poi si rivelò ottimo) fino a Sammomè. Poco prima di arrivare a destinazione ci fermammo a mangiare presso un laghetto artificiale e poi scendemmo rapidamente a Sammomè, dove prendemmo alloggio all’albergo Guidi, fondato negli anni trenta da Luigi Guidi (che fu maitre al Ritz di Londra). È un albergo vecchiotto ma decoroso con tutto l’arredamento originale… Durante la notte ci fu un gran temporale con pioggia molto forte che si attenuò solo la mattina successiva, durante il nostro arrivo a Pistoia, dove alloggiammo presso il Monastero delle Benedettine. martedì 30 agosto: Perugia – Lucca Il rettore Paolo Caucci, simbolicamente parte da Perugia assieme a Don Paolo, Chiara, Aldo e Lorenzo con il pulmino che sarà d’appoggio per il trasporto delle sacche personali e delle stoviglie . Venendo in macchina entrano in Lucca attraverso la porta di S.Giacomo: il nostro pulmino si trova automaticamente benedetto. L’incontro è per le ore 20 presso il Convento dei Missionari Colombiani. Il gruppo è numeroso e rumoroso: i saluti , gli abbracci e l’entusiasmo di vedere dopo un anno chi ha fatto con te esperienza di pellegrinaggio, di conoscere i nuovi, di ascoltare gli ultimi innamorati di ritorno da Santiago non ci dà proprio l’aspetto di persone che partono per un pellegrinaggio, ma al tempo stesso la contentezza si offre come un buon viatico. Si cena in pizzeria e siamo in 36 e fra questi ci sono anche accompagnatori, chi vorrebbe ma non può partecipare e anche chi ci guarda con un po’ di scetticismo. Arriva il momento vero e il luogo tipico dell’inizio pellegrinaggio: si va a dormire in terra ognuno con il proprio materassino. |
| Giovedì 1 settembre Il bel campanone che batte le mezze ore e le intere ci ha accompagnato durante tutta la notte e sempre durante la notte è nata Clara, la nipotina di Franco il nonno. Torna il parroco che ci aveva lasciati padroni di quella struttura e timbriamo le credenziali. Facciamo colazione e mettiamo nello zaino il panino e la frutta per il pranzo. Si parte alle otto.Alla nostra partenza arriva Giovanni un volontario del CISOM che ufficialmente affianca Aldo come soccorso pellegrini, ma un soccorso prezioso è anche quello che facciamo noi lasciando, come segnali di pollicino, certe frecce gialle….. |
| Renzo: Oggi stiamo percorrendo la seconda tappa. La stanchezza di ieri ormai sfumata, oggi soleggiato si prosegue tra vari sentieri, vigne e uliveti, ma eccoci ad affrontare le prime salite verso Massa Carrara a Corvaia. “Qui passa la Francigena”‘ dice Monica , la nostra guida “sono passata due anni fa!” ma il sentiero sparisce fra rovi e boscaglia; ma “eppure passava di qui” ripete Monica. Con un bastone e una gran voglia di continuare mi faccio strada, dico al gruppo di aspettare un mio segnale. Giunto davanti ad un recinto il passaggio è chiuso da un rudimentale cancelletto legato da un filo di ferro e oltre si trova una villa. Tolgo il filo che legava ed entro con un certo timore di trovarmi davanti qualche cane pericoloso. Alzo lo sguardo e vedo una ragazzina che con accento straniero mi chiede cosa faccio lì. Chiama la proprietaria la quale mi aggredisce verbalmente in lingua tedesca. Con le poche parole che conosco in quella lingua cerco di ristabilire la calma, e a questo punto la signora in italiano mi domanda come ho fatto ad entrare. Con ingenua naturalezza “Dal cancello aperto” rispondo io, spiegandole che li passa la Via Francigena “e che lei la fa sua”. Naturalmente dice di non saperne nulla e mi chiede come posso dimostrarlo. Per la conferma chiamo Monica. Arriva Monica con tutto il gruppo di pellegrini, siamo in trentasei. La signora rimane stupefatta e chiede chi siamo e dove andiamo. Ora è quasi disposta ad offrirci il caffè, ma siamo in troppi. Io intanto continuo a precisare che la Via Francigena serve anche ai pellegrini tedeschi che vanno a Roma per trovare il loro concittadino tedesco Benedetto Sedicesimo. Si mostra preoccupata e dice che andrà a rivedere i propri confini con un suo amico parlamentare. Salutandoci cordialmente ci fa uscire dall’entrata principale. Cercavamo di passare dal paese di Cannoreto a quello di Nocchi utilizzando una vecchia via che esisteva fino a poco tempo fa. La tappa continua e arriviamo alle 17 all’ostello internazionale a Marina di Massa. La strada è stata lunga, gli ultimi km sembravano non finire mai. L’edificio è immenso e siamo dislocati in stanze in piani diversi. La struttura ha una bella piscina e al di la della strada c’è in mare. Qualcuno riesce ad inserire fra la doccia e il lavaggio degli indumenti anche una nuotatina. Prima di cena ci si riunisce per la messa e facciamo una foto di gruppo che assieme ad un comunicato stampa preparato da Monica viene dato al giornalista della Nazione. La cena è stile self service, molto ricca e varia, ma viene ancor più arricchita da torta e spumante offerta da Franco in onore della sua nipotina. Mario il nostro giocoliere già provvisto del soprannome prezzemolo ci offre uno spettacolo fatto di abilità manuale, di destrezza e dialettica. Tutti, anche gli altri ospiti dell’ostello, sono incantati . Il nostro giocoliere è però per prima cosa un vero pellegrino. Mario: Camminare, offrendo al Signore, la fatica, il male ai piedi, i momenti di ascolto, le cose belle da vedere, i momenti di allegria, la disponibilità ad aiutare in caso di bisogno, il non lamentarsi, il non aver paura a far scoprire i propri limiti, accettare di essere aiutati, la preghiera pensata e non detta in fretta e telefonare a casa solo quando avrei trovato un telefono pubblico. Questa idea condivisa con mia moglie Betty, e due amici ci ha portato a fissare un’ora durante la giornata per essere uniti in questo impegno. Ho cercato semplicemente di vivere questo nel nostro pellegrinaggio. Facendo un esame più approfondito, devo dire che, se anche ho tenuto fede all’ora, non sempre sono riuscito a mantenere appieno quello che mi ero proposto. Il Signore vedrà Lui come adoperare le piccole cose che ha notato in me. |
| Marina Di Massa – Sarzana Venerdi 2 settembre Raduno dalle varie camerate. Ottima e abbondante colazione. Ci mettiamo in cammino e nei pressi di Marina di Carrara ci incontriamo con Luciano Callegari che pellegrinando nella sua zona ci farà da guida. L’incontro è caloroso soprattutto con Marcello con il quale a luglio ha fatto il cammino di Santiago. Marcello è un ottimo camminatore e sicuramente un buon pellegrino allegro, cordiale ed entusiasta ma ha uno stile di andatura un po’ particolare per il quale, e spero non si dispiaccia, gli si adatta il soprannome di stenterello . Arriviamo presto a Luni e non si può fare a meno di sostare per una visita. Il museo è interessante e meriterebbe di dedicargli tutta la giornata, sono molte le cose che ci affascinano ma come pellegrini non abbiamo il tempo per trattenerci. All’uscita del museo dove ci ha raggiunto Aldo mangiamo sotto un albero. Arriva un sacerdote amico di Don Paolo che essendo parroco della zona propria del marmo regala ad ognuno di noi un piccolo crocifisso di marmo bianco. Dono molto bello e ancor più gradito perché il parroco ha avuto l’attenzione di accompagnarlo con un bel cartoccio del famoso lardo di Colonnata. Davanti a noi troneggiano le Alpi Apuane |
| Paolo: La leggenda sulle Alpi Apuane. Il merito fu di un angelo svogliato, scansafatiche, il quale incaricato dall’Altissimo di plasmare gli Appennini mescolando i vari contenuti di grossi sacchi .Arrivato sulla verticale di questi luoghi, dopo aver percorso lo stivale verso nord, decise di riposare un po’ e di schiacciare un pisolino. Non aveva ancora finito di sistemarsi su di una nuvola che un collega lo vide e lo richiamò con tanta decisione che gli fece fare un sobbalzo tale da fargli cadere un sacco intero. Era quello che conteneva il materiale più pregiato, il Marmo. Nacquero così, per un gesto sbagliato queste splendide montagne, con i loro picchi, canaloni, le cime aguzze che si ergono a poca distanza dal mare. Il Signore si inquietò, ma poi osservando il risultato, quel luccichio che emanavano le montagne illuminate dal sole, pensò che da quel marmo sarebbero potute nascere delle statue che lo avrebbero glorificato. Un insegnamento che traggo da queste favole è che non sempre bisogna essere perfetti per fare cose belle, Anzi !! Per proseguire viene scelta la strada più lunga ma di minor traffico; si fanno molte fermate per un riposino e si arriva alla missione un po’ tardi e stanchi. Non è facile trovare l’ingresso dell’edificio ma ci fa da guida sentire la voce di Aldo. Come non dargli il ruolo de la smarrita, la campana che ad Altopascio suonava per guidare i pellegrini al rifugio! Ci accolgono all’ostello e ci invitano a tenere conto di regole molto precise, non fumare, rispettare gli spazi ecc.. per non disturbare gli ospiti della struttura e non interferire con i volontari. Alle 18 a Sarzana la messa nella Cappella di san Girolamo, a fianco della cattedrale. La Messa è celebrata da Don Paolo che comunica che possiamo pregare alla presenza della reliquia del Preziosissimo Sangue, proprio quella trovata all’interno della struttura del volto Santo di Lucca, che in questa settimana rimane esposta. In chiesa troviamo Donatella di Milano che si trova a Sarzana per un convegno e che è appena tornata dal cammino di Santiago che ha fatto con Marcello e Luciano. Ceniamo all’ostello e abbiamo delle ottime lasagne. Sono arrivati per unirsi a noi Teresa e Vittorio Nadai. |
| Sarzana – Terrarossa Sabato 3 settembre Si parte presto, e siamo pronti e puntuali. La giornata è bellissima e si cammina attraverso sentieri lungo uno dei quali si recita il rosario. Al Castello di Bibola Paolo :un classico esempio di castello comunitario , arriva il pulmino, facciamo sosta per il pranzo. Don Paolo ci lascia con molto dispiacere suo e di tutti noi, con lui anche il volontario Giovanni, domani un altro volontario prenderà il suo posto. Per raggiungere Aulla Monica contava su un sentiero che invece sembra essere stato modificato dal CAI.. Comunque ci porta ugualmente bene a destinazione. Passando per Aulla qualcuno approfitta del mercato. Il gruppo è grande ed i ritmi sono diversi per cui ci si deve aspettare, a volte ci sono proteste, comunque oggi è andata meglio di ieri e sicuramente troveremo il modo per stare un po’ più compatti. Si arriva a Terrarossa e si alloggia nel castello Malaspina . Le donne al primo piano e gli uomini al secondo. Il luogo è bello, manca solo la possibilità di stendere il nostro bucato e per i pellegrini questa è una operazione essenziale. Rinaldo che ha raccolto un bel fungo porcino, ne offre una fettina a chi lo gradisce. Grazia ha un bel fungo nello zaino. Grazia: Ugo mi ha sorpreso per la sua competenza nel conoscere i funghi e anche i loro nomi in latino. Me ne ha regalato uno ed io gradito molto l’omaggio ma mi anche sorpreso quando ha mostrato la sua tessera del Cai , è iscritto da 50 anni ! Nell’ufficio turistico del castello possiamo avere tutti i depliants dei luoghi e delle varie iniziative della zona . Alle 17 Aldo fa la spola con il pulmino per accompagnare tutti alla messa all’Abbazia di San Caprasio. La storia di questa abbazia ci interessa perché nella primavera scorsa il vescovo ha proclamato San Caprasio protettore dei pellegrini. Laura: si diceva che il corpo del Santo fosse sepolto nella chiesa e recenti scavi lo hanno ritrovato. Ora le reliquie sono sotto l’altare. Sono stati anche scoperte due chiese antichissime, romaniche con fregi e capitelli straordinari, e reperti che testimoniano Aulla come luogo di transito di pellegrini. Il museo attiguo alla chiesa è ricavato in un oratorio con capitelli e colonne di straordinario bellezza. Fuori della chiesa c’è la stele XXX Statio Via Francigena. Dopo questa interessante presentazione si torna al castello ma poiché non vi si può cucinare, questa sera si va al ristorante ‘Da Paolo’ : risotto con funghi porcini e porchetta. |
| Terrarossa – Pontremoli Domenica 4 settembre Sveglia presto. Raduno alle 6 e 30 e prepariamo i panini intorno al pulmino; poi si fa colazione al bar di fronte che ci ha garantito l’apertura alle 7. Il tempo non promette bene e ognuno controlla il proprio equipaggiamento. La giornata è meno calda e si cammina con meno fatica e poi… non pioverà! |
| Paolo: Lusuolo – A picco sul tratto di autostrada Aulla – Pontremoli c’è un piccolo paese dotato di un forte castello, il borgo fortificato, che conserva ancora oggi parte delle recinzioni medioevali. Il castello ebbe in passato una notevole importanza data la sua particolare posizione strategica. Nel secolo sedicesimo divenne capoluogo di un vasto feudo malaspiniano che includeva persino il castello di Aulla. E’ tuttora un borgo interessante e molto bello dal punto di vista urbanistico. Lasciato Lusuolo e attraversata Villafranca si arriva a Filetto: quel bel paese che ha dato i natali a mia moglie e non poteva essere che bello. Un paese lungo duecento metri e largo altrettanto, un quadrato. Si entra da una parte e si esce diritto dall’altra, la strada lo divide in due rettangoli. Nel medioevo era solo il duca che ordinava di aprire e chiudere queste porte. Siamo entrati poi nella Selva di Filetto con grandi e bei castagni. Di questo luogo si dice che Dante, qui ospite di Malaspina, abbia preso ispirazione per la selva dei suicidi. Inoltre si dice con certezza che vi incontrò le tre fiere citate all’inizio dell’inferno. Luciano Callegari che oggi è tornato con Donatella e anche un giovanissimo amico, ci guida per un antico sentiero che in onore del nostro passaggio giorni prima ha controllato e pulito . Giungiamo verso le dodici a Filattiera e qui abbiamo pranzato. Una delle poche volte che abbiamo preso il panino da seduti. A Filattiera andiamo anche a cercare la scultura di S. Giacomo che Monica sapeva essere da qualche parte nel paese. E’ sulla porta di un edificio privato, ma una volta quello era un ospitale, poi è stato casa di cura e anche l’asilo comunale. Per noi pellegrini di S. Giacomo vederne il bassorilievo è un incontro familiare oltre che di devozione; il proprietario della casa lo capisce e si adopera affinché possiamo fotografare l’immagine per bene. Prende la scala, sposta un vasetto per i fiori, poi ci offre anche del vino, ma noi facciamo complimenti e ci riuniamo nei pressi del bar. La prima testimonianza della presenza dell’uomo in Filattiera si ricava dalle Statue Stele ritrovate presso la Pieve di Sorano. Arriviamo a Pontremoli con un tratto di strada asfaltata e facciamo in tempo a arrivare al rifugio prima che si scateni un breve temporale. proprio per il temporale non riusciamo a salutare Luciano, Donatella e il piccolo pellegrino che tornano indietro con il treno. Monica deve lasciarci per due giorni e prima di partire ci fa qualche raccomandazione soprattutto per camminare uniti. Prende la guida Franco: tanto lui è il preside! Siamo ospiti dei frati cappuccini. Stendiamo i nostri panni nei corridoi che sono un intreccio di cordine : fuori c’è troppa umidità. Qualcuno riesce ad andare alla Messa alle 18. Il parroco durante l’omelia avverte i suoi parrocchiani che se vedono delle persone apparentemente un po’ strane non devono preoccuparsi, sono solo dei pellegrini. Sarà meglio che questa gente si abitui perché siamo sulla Via Francigena e i pellegrini adesso aumenteranno di sicuro, soprattutto dopo il nostro passaggio! Maria con tanti aiutanti prepara la cena. Pierluigi è fra i più fedeli. E’ molto bella la cena nel refettorio dei frati. Siamo in 35 nei lunghi tavoli intorno alle pareti. C’è un bel clima e anche la macedonia e la torta. Liliana la buona ispiratrice ci legge ‘Le beatitudini del pellegrino’ Liliana: Beato te, pellegrino, se il camminare ti apre gli occhi a ciò che è invisibile agli occhi. Beato te, pellegrino, se ciò che ti preoccupa non è arrivare, ma arrivare insieme. Beato te, pellegrino, se nel cammino ti ricordi che altri lo hanno percorso prima di te. Beato te, pellegrino, se ti rendi conto che il vero cammino comincia quando finisce la strada . Beato te, pellegrino, se il tuo zaino si svuota di cose e il tuo cuore si riempie di pace. Beato te, pellegrino, se scopri che un passo indietro per aiutare qualcuno vale più che cento passi avanti nell’indifferenza. Beato te, pellegrino, se nel tuo cammino cerchi Colui che è via, verità e vita. Beato te, pellegrino,se nella quiete del cammino ritrovi te stesso e ascolti la voce del tuo cuore. Beato te, pellegrino,se il cammino ti conduce al silenzio, il silenzio alla preghiera e la preghiera all’incontro con il Padre. ………durante il cammino mi sono sforzata di pensare ” NOI invece che IO “ Domani partono Antonia e Rinaldo, Teresina una dolce compagna e Paolo lo storico. Teresina: Dopo tanto tempo ho deciso di riprendere a fare la pellegrina, mi attirava soprattutto questo cammino dedicato al Volto del Signore. Don Paolo durante la Messa disse:” …..noi cerchiamo quel Volto ma è Lui che cerca noi …che ci accoglie….nei volti che incontriamo……nei volti dei fratelli….incontri amorevoli e non……che nessun volto vada sprecato……” Sono tornata a casa con negli occhi, nella mente, nel cuore e nell’animo il Volto del Signore e i volti dei miei cari amici Pellegrini che mi hanno accolto con amore ….Grazie ! Mario propone di salutarli con una sua performance : fa i fuochi d’artificio e poi ci dimostra che li abbiamo visti davvero, e di colori diversi! Franco da gli orari per il giorno dopo e poi …. al meritato riposo. |
| Pontremoli – Berceto Lunedì 5 settembre Pur avendo programmato di partire presto perché sapevamo di dover affrontare una tappa impegnativa, abbiamo dovuto fare una sosta forzata quasi subito. Franco che è in testa al gruppo sente gridare: “Aiuto , mi sono persa!” una voce di donna viene dal monte alla nostra sinistra; cerchiamo di individuarla, poi la si vede che cerca di scendere in un punto molto pericoloso. Si cerca di guidarla ma lei è presa dal panico, ha perso anche la cognizione del tempo. Non si vede il fidanzato con il quale era andata a cercare funghi. Beppe prova ad andarle incontro poi Michele salendo da un altro punto e trovando un percorso più agevole la porta in salvo. E’ proprio l’ultimo ospitalero di S. Nicolas che si è prodigato in questa accoglienza speciale. Riprendiamo il cammino rassicurando la ragazza che non finirà sui giornali (ha capito che siamo persone importanti!) e nel bosco anche noi troviamo i funghi. Facciamo una breve sosta verso le 11 ma poi di buona lena si arriva al passo alle 13 dove c’è il pulmino e Aldo in compagnia di una bella e simpatica ragazza del CISOM. |
| Aldo: Sono riuscito ad arrivare in tempo, dopo aver fatto la spesa insieme a Ugo, per l’appuntamento con i miei pellegrini. In un angolo della piazzetta ad Passo della Cisa ho preparato un tavolo con le bibite i bicchieri la frutta ecc.; vederli arrivare è per me il momento più bello della giornata. Li aspetto e quando arrivano dopo tutta quella strada in salita mi piace avere il compito di potergli dare il ristoro e di fare due chiacchiere. Mi chiedono quanta strada manca. Sono tutti in buona forma. Prima di rimettersi in cammino abbiamo recitato insieme il rosario seduti sulla scala della chiesetta. Per qualcuno è stato uno sforzo perché il momento era più adatto per una pennichella. Poi loro sulla strada a piedi, io sul pulmino, ci rivediamo all’ostello. Laura vede nei pressi del bar dei vasi grandissimi di Sedum Telephium, una pianta che ci ha già indicata lungo la strada allo stato spontaneo, ne racconta i pregi: le sue foglie aperte e strofinate consentono di calmare il prurito delle punture di insetto, favoriscono le eliminazioni di corpi estranei ecc.ecc. Invece per difendersi dalla calura osserviamo il sistema speciale che ha Rodolfo il nostro curato che usa bagnare il suo cappello nelle fontane e poi bagnato se lo rimette in testa Finalmente arriviamo a Berceto e alloggiamo all’ex seminario, un edificio molto grande con grandi stanzoni e tanti letti, ma un po’ carente per quanto riguarda l’organizzazione. Invece efficientissimo vediamo operare Mauro il nostro ufficiale sanitario che passa a controllare i piedi dove ce ne è bisogno. Antonio è l’unico che preferisce occuparsene da solo perché ha un suo metodo personale. Lui ha diverse segrete risorse: mette i giornali dentro gli scarponi e la mattina li trova asciutti, ma soprattutto la sua prima qualità é una sottile ironia. Antonio: finchè sul mio sentiero incontrerò persone come: Luciano, Giovanni, Davide, gli amici della Francigena, Paolo, i sindaci gli assessori che mi accoglieranno lungo la via per spianarmi la strada, non sentirò male ai piedi e continuerò a pellegrinare in allegria. Grazie di cuore a tutte le persone incontrate, delle quale non ricordo il nome, ma che con la loro simpatia e disponibilità mi hanno alleggerito la fatica ( primo pellegrino italo-cinese-bolognese sulla via francigena ) Dopo le operazioni di doccia e bucato c’è il tempo per un giretto per il paese e la visita alla bella Cattedrale romanica del XII secolo. La cucina e la sala da pranzo non sono molto grandi così ci dividiamo in due gruppi, le donne mangiano in cucina e gli uomini in sala; non male, le donne mangiano con più tranquillità del solito. Ospiti dell’ostello sono anche dei ragazzini che partecipano a qualche attività, una di queste è la solita scorribanda prima di dormire, e poiché nessuno va a letto prima dei pellegrini li sentiamo fare confusione per un bel po’. Poi siamo noi a dare inizio ai nostri concerti. |
| Berceto – Fornovo Martedì 6 settembre La tappa programmata per oggi preoccupa un po’ perché è lunga . Per questo ci siamo alzati alle 5 e mezzo, colazione alle 6 e mezzo partenza alle 7 Usciamo dal paese con un sentiero in salita, poi un tratto d’asfalto e arriviamo a Castellonchio. Con un sentiero in discesa e un pezzo d’asfalto arriviamo a Cassio dove troviamo un rifugio con pellegrini in partenza. e dove possiamo comprare delle magliette con la scritta e un disegno sulla Via Francigena. Ci fermiamo a mangiare il nostro pranzo-panino-frutta .Ancora un sentiero con tratto in salita e siamo arrivati ai ‘balzi del diavolo’ con una vista stupenda sulla valle. E’ stato bello trovare lungo il percorso la segnalazione della Via Francigena con dei pilastini con la formella in coccio che rappresenta il pellegrino. E abbiamo visto un panorama bellissimo di ambedue le vallate. La giornata è calda ma si respira un’aria buona, e un passo dopo l’altro riusciamo ad arrivare verso le 17. L’edificio delle suore che ci ospita è confortante e accogliente. Tanto spazio verde d’intorno. Giovanni B. questo pellegrino così attento, vegetariano, quasi un guru che digiuna il venerdì offrendoci spesso consigli per una vita più sana, chiede e si adopera affinché ci venga aperta la chiesa. Troviamo alloggiato un ragazzo francese, pellegrino in bicicletta alla volta di Roma. Si unisce a noi, Teresa lo intrattiene e Mario lo incanta con i suoi racconti. Monica è tornata . A tavola siamo in 32 più il giovane francese. Teresa non si fa convincere a rimanere e domani ci lascerà . Perdiamo un’allegra compagna . Teresa: Io, pellegrina felice e sprovveduta, saltellavo in mezzo ai sassi, su un terreno ineguale che si impennava in ardue salite, per poi precipitare in strapiombanti discese scavate dai gorghi delle piogge. I miei sandali inadeguati non davano stabilità ai miei passi e alle mie caviglie. Il pericolo di una storta era in agguato. Lucia dietro di me osservava. Con gentile ironia mi offrì il suo prezioso bastone e mi salvò la giornata. A mia insaputa continuava a vigilare e recuperò il bastone dalla sventata obliato accanto a una fonte che ci aveva dissetati. Amava, lei, il suo bastone, compagno e sostegno nella fatica nell’andare. E io ho amato Lucia. Grazie. Il bastone con l’aria più antica è quello di Lorenzo diventato per forza il collaboratore perché a causa di una allergia ha dovuto fare la seconda parte del pellegrinaggio in pulmino. E’ diventato il braccio destro di Aldo e anche la sua compagnia. Lorenzo: la brutta allergia che mi ha portato sul pulmino mi ha dato una nuova dimensione e mi ha fatto capire che puoi renderti utile in tanti modi. Ti premetto che è meglio camminare che non stressarsi in mezzo al traffico, senza conoscere le strade , cercare il parcheggio, andare al supermercato, impostare la spesa in modo intelligente e oculato. Ho potuto così conoscere da vicino Aldo ‘ a marchigia’ ‘ così lo chiamavo amichevolmente. Ha la capacità di organizzare, trovare i posti giusti, farsi fare sconti considerevoli, questo per aiutare ed alleviare la stanchezza del povero pellegrino sempre con il sorriso e la battutina canzonatoria, sincero e altruista. Ci ha raggiunti Federico il cantastorie.Avrebbe da raccontarci molto visto che è appena tornato da un’ altra bellissima esperienza. Speriamo ! Fornovo – Sicomonte Mercoledì 7 settembre Visita alla cattedrale di Fornovo e del suo bellissimo altare dell’Antelami. Il tempo è nuvoloso e ci teniamo pronti con le attrezzature per affrontare la pioggia. Camminiamo per sentieri non segnati, con la sola guida di Monica. Il nostro tragitto ci porta a passare sotto un ponte dell’autostrada, ma è un piccolo guado e ognuno la passa come meglio crede; Mario che ha stivali di cuoio (che tutte le sere unge regolarmente) facendo attenzione a camminare sulle punte e cercando di posare i piedi sui sassi, arriva senza bagnarsi: qualcuno dice che…ha camminato sulle acque . Monica prende un’altra strada per verificare un nuovo sentiero e ci ritroviamo a Costamezzana dove c’è Aldo con il ristoro. Vediamo anche un luogo di accoglienza per pellegrini ma Monica dice che è piccolo per noi e senza cucina. Abbiamo invece l’opportunità di visitare una chiesetta di proprietà privata che un tempo è stata luogo di accoglienza. La proprietaria è molto gentile ma anche fiera nel raccontare la storia di questa proprietà; solo il discorso dei restauri necessari evidenzia anche il peso che comporta una eredità del genere. Invece la nostra casa di accoglienza è una casa parrocchiale a Siccomonte. Grande, con varie camere, una bella cucina, ma con qualche problema per riuscire ad accerdere il gas, e sala da pranzo e spazio fuori dove rilassarsi un pò. Ci sono dei lavori di ristrutturazione ma non disturbano. Laura: con Fabiano siamo andati in un campo incolto per raccogliere delle foglie di amaranto. Abbiamo trovato quest’erba che è alta circa quaranta centimetri e abbiamo staccato le foglie scegliendo quelle sane, senza parassiti, poi le abbiamo portate in cucina e messe nella pentola per impreziosire il minestrone. Fabiano: probabilmente pochi sapevano ciò che conteneva il pentolone, magari molti, sapendolo, si sarebbero rifiutati di mangiarlo, ed è un peccato perché come sapore per me l’amaranto è migliore degli spinaci. Durante il tragitto il nostro Arnaldo, un condiscepolo attento aveva ricevuto la visita di un suo amico, Tiziano di Parma, che ha portato in dono salame e parmigiano , naturalmente tutto della migliore qualità: ottima energia ai pellegrini! A cena siamo in 31, oltre alla frutta appare un bel cestino di fichi: che sia opera di Grazia? Infatti è lei che li scopre ovunque siano, li assaggia e li raccoglie per offrirli.Lucia invece continua il suo serio lavoro di sguattera a volte mancata a volte in efficienza completa. Sicomonte – Fiorenzuola Giovedì 8 settembre Si parte di buon ora e con un buon ritmo. L’aria non è fredda ma siamo ancora nella nebbia del mattino. La giornata si farà buona e nel mezzo del giorno ci troveremo in aperta campagna sotto il sole e pochi alberi di conforto. Ma prima, solo dopo cinque km da Siccomonte arriviamo a Fidenza. Siamo attesi alla cattedrale e la nostra entrata è accompagnata dell’organo che suona un brano che il maestro ha composto proprio per noi pellegrini. Ci sediamo nella cripta e siamo ricevuti dal Vescovo mons. Galli, dal Sindaco Giuseppe Cerri e dall’onorevole Massimo Tedeschi, presidente dell’Associazione dei Comuni della Via Francigena. Con la descrizione della chiesa fatta da Aldo Magnani conosciamo la storia di S.Donnino e con il benvenuto sia come bene venuti che bene accepti il vescovo invita noi pellegrini a dare ugual impegno nell’apprezzamento del mondo passato che alla consapevolezza del presente. Monica chiede che questi luoghi tornino ad essere luoghi di accoglienza perché tanti lo richiedono e per non disperdere questo grande patrimonio. Dona il simbolo della Confraternita che ricordi il nostro passaggio. Uscendo dalla chiesa il maestro Andrea Mora suona un pezzo di Verdi. Non tutti lo conoscono e sanno che è un coro cantato dai pellegrini a Gerusalemme: un altro prezioso contributo. Nel ringraziarlo di questa attenzione apprendiamo che è ha avuto la fortuna e il privilegio di essere l’organista ufficiale dell’organo della chiesa Parrocchiale San Michele Arcangelo di Roncole dove Giuseppe Verdi da bambino ha cominciato a innamorarsi della musica e dove poi ha suonato tante volte. Sulla facciata del Duomo ammiriamo le storie descritte nelle sculture dell’Antelami, meriterebbero più tempo ma il vescovo ci ha invitato per prendere un caffè insieme e per offrire alle signore un simbolo antico: un capo d’aglio. Nella sede dell’associazione firmiamo il libro che registra il nostro passaggio, prendiamo depliants e compriamo la formella del pellegrino. Si riparte con passo spedito perché abbiamo ancora molta strada. Una sosta per il pranzo e arriviamo a Fiorenzuola quasi alle 16, appena in tempo per non prendere la pioggia. Nella casa parrocchiale purtroppo non abbiamo le docce e alcuni preferiscono cercare un albergo. Chi si riposa, chi va a Messa, chi va a visitare l’abbazia di Chiaravalle (molto bella, romanica, con ampi spazi e un aspetto sacro e solenne) e seguendo la sollecitazione del vescovo di Fidenza ci poniamo sotto la protezione di San Bernardo che nella Divina Commedia pregò la Madonna affinchè Dante potesse vedere Dio: non sarà certo insensibile al nostro pellegrinaggio e pregherà per noi. Maria con gli aiutanti riesce a preparare la cena pur non avendo una cucina . Aldo ha pensato ad un bel dolce. Al momento giusto arriva il parroco con due bottiglie che poi diventano quattro. La cena è stata alquanto rumorosa : divisi in vari tavoli da sei i gruppi hanno potuto impegnarsi in confronti diversi dai più allegri ai più seri. A cena siamo in 33, infatti sono arrivati Anna e Giuliano. Hanno perso il loro ruolo che avevano nel pellegrinaggio dell’anno passato ma in compenso possono raccontarci la bella esperienza che hanno appena fatto nel cammino della Plata E’ tornata Chiara e con una filosofa ora siamo più al sicuro Di notte piove molto Fiorenzuola – Montale Venerdì 9 settembre Il tempo sembra si sia sfogato. Facciamo colazione e il parroco viene a salutarci e vuole una fotografia con tutti noi e ci benedice. Sei pellegrini si fanno portare a Chiaravalle ma poi non riescono ad reinserirsi nel gruppo se non sulla via Emilia poco prima della destinazione. Si sono risparmiati però di camminare per due ore sotto la prima pioggia che ha benedetto il gruppo proprio alla fine del rosario. Lungo il tragitto due piccoli guadi, ma poco impegnativi e questa volta nessuno ha camminato sulla acque. Michele e Giovanni raccontano che la sera precedente hanno mangiato in pizzeria, a volte sembrano il gatto e la volpe. Si sono conosciuti quest’anno sul Camino di Santiago uno come pellegrino, l’altro ospitalero a San Nicolas. Arriviamo per il pranzo alla parrocchia di S. Lazzaro e siamo accolti da Graziella il nostro conforto che assieme agli amici Silvana e Giuseppe Brugo ci hanno portato pizza, birra, frutta, pane fresco e anche gli originalissimi Amaretti di Saronno. Mangiamo tutti a quattro palmenti. Laura ha un piccolo incidente e va al pronto soccorso. Torna con due punti su una gamba. Ci lasciano Daniele, forse il più giovane della compagnia, quasi un nipotino sul quale possiamo contare molto perché si muove con molta partecipazione e Giovanni lo scrittore: sappiamo anche delle sue capacità di alpinista. Nel pomeriggio piove molto e forte e c’è un gran da fare per spostare gli indumenti da asciugare da una parte all’altra. Mentre tutti sono a Messa arrivano Nilo, Maristella e i Tornieri che per fortuna questa volta avremo come Dulcis in medio A cena regna il buon umore nonostante ci sia stato revocato, causa pioggia, un invito per festeggiare il nostro passaggio. Montale – Orio Litta Sabato 10 settembre Anche questa colazione, come tutte le altre vede impegnata come artefice Giovanna che non è più neofita in niente anzi è ora il braccio destro del gruppo. Inutile dire che Innocente è con lei e rimane il secondo sguardo. Giovanna e Innocente: Partecipare al pellegrinaggio ha significato poter camminare recitando il rosario insieme, condividere la bellezza della natura e la quotidianità, apprezzare l’accoglienza fatta dalle città al nostro arrivo. Durante il cammino il nostro pensiero è stato rivolto alle persone care. Fra noi si nota un volto più riposato fresco Roberto e più sorridente: ad aggiungere nuova energia oggi è arrivato . Si arriva a Piacenza e per un ‘oretta siamo liberi di girare per la città, visitare il Duomo, approfittare del mercato e qualcuno si siede al tavolino di un caffè questa volta un po’ come turisti (abbiamo sempre con noi i bordoni e quindi l’identità è sempre chiara). Poi a Sant’Ilario ci attendono l’assessore al turismo Giovanna Calciati assieme al dirigente Stefano Pronti e Pierluigi Filippi di ‘Piacenza Turismo’ con giornalisti e fotografi. E’ una bellissima struttura restaurata, una antica chiesa che nel 1576 ebbe il compito di ospitare i pellegrini. A tutti viene offerto un kit più adatto a congressisti che a pellegrini perché ricco di tanti depliant che se non avessimo il pulmino al seguito non potremmo tenere. Benvenuto, discorsi, scambio di doni, inviti , progetti e dopo si riprende il cammino. Beppe ci lascia.Beppe: Se S. Francesco si definiva il giullare di Dio, posso essere io considerato un giullare dei pellegrini ? E se S. Francesco al suo tempo è stato visto anche in modo sospetto, posso io guardando i miei amici pellegrini qualche volta avere la sensazione che non siamo proprio tutti a posto ( abbiamo fra noi uno che sembra cammini sull’acqua ). E con ciò desidero dire che a me viene bene parlare mentre non mi piace scrivere per cui il mio contributo l’ho dato camminando e conversando nello spirito di amicizia con tutti. Strada facendo incontriamo una chiesa e intorno cartelli che invitano a riflettere e a fare della vita una scelta consapevole. Sono firmati don Giuseppe. I nostri felici e rumorosi apprezzamenti richiamano Don Giuseppe che viene sulla soglia a conoscerci. Parliamo un po’, poi una preghiera e una benedizione e di nuovo in cammino. Lorenzo: Ricordo con piacere l’incontro, con Don Giuseppe. Uno dei suoi cartelli recitava”Sorridete e salutate chiunque incontrate”; sembrava scritto per noi pellegrini. E quando qualcuno salutandolo gli augurava “Buon lavoro”scherzando ci rispondeva” Non si augura mai buon lavoro, ma buon appetito e buon pranzo”. A Calendasco sosta per il panino. Il parroco ci apre il suo locale affinché possiamo fare uso dei bagni e ci offre del vino. Dietro la chiesa ci sono i resti di un bellissimo Castello: dentro c’è un uomo che sgrana del mais. Arriviamo nei pressi del Po. La prima occhiata è un po’ deludente: sembra cosparso di schiuma grigia, dicono sia terreno mosso dalla recente pioggia. Ci seguono i giornalisti, Monica parla, spiega racconta e approfitta di tutti i momenti per ribadire la necessità di proteggere e far funzionare la VF come strada di pellegrini. Si sale sulla motonave Calpurnia aiutati con cura dai marinai mentre il capitano sembra che ci sorrida come uno ospitalero. Attraversiamo il nostro grande fiume ed all’arrivo all’altra sponda incontriamo l’altro ospitalero: Giovanni semel in anno Sigerio. E’ lui che ogni anno la prima domenica di settembre veste i panni del Vescovo Sigerico nella rievocazione storica del suo pellegrinaggio a Roma passa il Po indossando gli abiti dell’epoca. E’ in piedi vicino alla colonna del pellegrino e con un piccolo megafono ci da il benvenuto.Ci descrive il luogo con più particolari possibili ma la cosa che ci affascina ancor più della Corte S. Andrea, dell’osteria della colonna è l’amore che mette nel suo racconto e l’entusiasmo di riceverci. Ci rassicura che c’è ancora poca strada per arrivare alla palestra che ci alloggerà e durante tutto il tragitto ci avvolge con la sua partecipazione. Ci fornisce anche di materiale, dei depliants. Il nostro gruppo è grande e per darci alloggio ci è stata sgomberata una palestra; mentre ci adattiamo formuliamo auspici affinché questi luoghi possano trovare ampi spazi per ospitare i pellegrini. Siamo attesi per la cena con tanto di aperitivo, in una bella struttura dai rappresentanti della pro loco. Le volontarie del luogo si sono prodigate in modo veramente generoso e quando il sindaco ci raggiunge più tardi , con lo scambio dei saluti e dei doni noi , anzi Mario per noi, offre una performance alla quale partecipano tutti, sindaco compreso. C’è lì il libro delle firme e noi abbiamo lasciato la nostra. Anche questa è stata una giornata ricca di emozioni ed esperienze. Scriviamo questo diario perché questo succedersi di momenti così speciali non vadano a confondersi nel ricordo, ma trovino un preciso spazio nella nostra memoria. Orio Litta – Belgioioso Domenica 11 settembre Il paese dorme quando lo lasciamo al mattino presto, dopo esser riusciti a fare una colazione veloce fuori della palestra. Con un certo timore che possa piovere camminiamo fra gli argini del fiume Lambro. A Chignolo passiamo davanti al castello dei Cavalieri dell’Ordine di Malta. Piove solo per una mezz’oretta però abbiamo camminato su sentieri molto bagnati. Sosta prima di mezzogiorno piuttosto breve perché ci aspetta Carlo Grignani per accompagnarsi attraverso un lungo percorso in un parco fino a S.Giacomo della Cerreta, visita che non possiamo tralasciare. Monica che ha progettato l’incontro sembra commossa: tutti questi programmi che si realizzano e trovare e riconoscere i valori della persone …come non commuoversi! S. Giacomo della Cerreta ci lascia senza parole, siamo stanchi ma anche incantati. La tappa si conclude con l’arrivo all’oratorio, accompagnanati da amici del luogo con diversi giri di macchine. Tre famiglie danno accoglienza ad alcuni di noi. Andiamo alla Messa e possiamo anche apprezzare il coro del paese. A casa di Carlo è stata preparata la cena per tutti, compresi gli amici del luogo. Il risotto con spinaci e salsa di noci è stato veramente sublime. In cucina si è adoperato per noi un amico cuoco, invece nella sala i figli di Carlo ci portano i piatti con grande disinvoltura e tranquillità:sono proprio bravi. Chi ospita pellegrini raggiunge alti livelli ! Roberta e Giampiero:………..Abbiamo già sistemati a terra materassino e sacco a pelo per la notte e siamo in attesa di trascorrere la serata organizzata da alcuni premurosi confratelli locali. La stanchezza si fa sentire, soprattutto per le due notti insonni precedenti. All’improvviso per una serie di coincidenze, riceviamo l’offerta di poter dormire presso una famiglia. Subito siamo un po’ imbarazzati ma dopo attribuiamo la responsabilità del fatto alla Provvidenza. Annamaria, la nostra “hospitalera” con semplicità e naturalezza, da questo momento, si prende cura di noi, dei nostri zaini e pure del bucato bagnato e pronto da mettere ad asciugare. La ritroviamo poi nella cosa dove è stata allestita da confratelli una mensa da “principini”; è sempre lei che ci trasporta in auto alla sua abitazione e ci mette a disposizione la sua camera matrimoniale. Al mattino, noi ci alziamo alle cinque cercando di non farci sentire, ma giù nell’ampia cucina c’è già Annamaria che aspetta per condividere con noi l’ottimo caffè con i biscotti che ha preparato. Ci accompagna al punto di incontro con agli altri pellegrini, ci saluta chiedendo una preghiera nel luogo della Sindone. Penso che la signora Annamaria si sia sentita “bene” dopo i tanti gesti di ospitalità riservatici; ma forse non si è resa conto della forte emozione che questa esperienza ha provocato in noi che per la prima volta gratuitamente e senza averlo chiesto, ci siamo trovati accolti in una famiglia, in qualità di pellegrini. Dal canto nostro offriamo…..un fiore di carta del nostro Giocoliere per la padrona di casa e altre apparizioni che fa uscire da un tovagliolo. Questo non hanno visto Grazia, Liliana e Giuseppe che sono partiti qualche ora prima. Torneranno, l’hanno promesso, per l’incontro a Torino. (come farà Maria senza il suo secondo occhio ?) Belgioioso – Gropello Lunedì 12 settembre Partiamo intorno alla 6 e 30. Aldo deve fare operazione di recupero pellegrini e delle loro sacche, ospitati dagli amici di Belgioioso; così in modo scaglionato arriviamo a fare colazione al bar di S. Leonardo. Alle 8 e 30 si riparte tutti insieme. Percorriamo la via francana. Lungo il tragitto abbiamo trovato nella sua nuova parrocchia Don Gabriele Pelosi, che ieri ha celebrato la S.Messa a Belgioioso e ha cenato con noi da Carlo. Per le 10 e 30 siamo a Pavia di fronte a San Michele. La basilica è bellissima, con una grande facciata in pietra arenaria, in tutto il suo splendore con il recente restauro. Qui furono incoronati re e imperatori da Berengario I a Federico Barbarossa. Abbiamo avuto una interessante presentazione del grande labirinto che si trova tracciato sul pavimento vicino all’altare maggiore. Percorriamo il ponte coperto sul Ticino e proseguiamo il cammino sul lungo fiume. E’ un buon momento per il rosario.Il sentiero é segnato dal FIE. Facciamo sosta per il pranzo e intanto il tempo è tornato bello e siamo proprio sulla sponda del fiume. Riprendiamo con il desiderio di trovare un bar per un caffè e a Villanova D’Ardenghi lo troviamo, ma troviamo anche Davide che è venuto solo per darci un saluto; ci raggiungerà però per l’ultima tappa. Arriviamo alle 16 e 30 e troviamo alloggio in un teatro dove c’è già un lungo tavolo apparecchiato e tanto spazio lasciato dalle poltroncine verdi che sono state ammucchiate in fondo. Operazioni di rito: organizzazione personale del proprio spazio per dormire, doccia e bucato. Intorno a noi c’è una struttura sportiva e un giardino con diversi gazebo: in un batter d’occhio tutto è cosparso di panni stesi Prepariamo la cena e poiché pare sia l’ultima che cuciniamo noi, vogliamo utilizzare le provviste che abbiamo. Proviamo a cucinare delle frittatine che non sono proprio la cosa più facile con quelle padelle e quei fornelli! Non perfette, ma riescono. Vittorio A., unico medico di bordo sempre pronto e disponibile ma per nostra fortuna non molto impegnato come tale, ha provato a cimentarsi in cucina con delle frittatine poi si è dedicato ad un libro con le firme per il parroco Gropello – Mortara Martedì 13 settembre Abbiamo passato una notte senza zanzare. Riponiamo tutte le poltroncine al loro posto. E poi si va a fare colazione al bar. Il barista ha aperto prima apposta per noi. A Garlasco, appuntamento in piazza verso le 10, dopo una mezz’ora di libertà. La piazza è soffocata da giostre e baracchine. Dietro la piazza c’è una torre antica in mattoni dove adesso hanno sede i servizi sociali del Comune. Ci sono i portici e dei bei caffè dove fare uno spuntino. Arriva Pierluigi che chiama l’adunata per ancora una foto di gruppo, così ci sediamo sui gradini della chiesa. Maria parla con qualcuno del Comune che ci indica un percorso alternativo. Ripartiamo e durante il tragitto ci avrebbero fatto tanto comodo le foglie di Sedum che decantava Laura perché le zanzare oramai hanno segnato quasi tutti. In tutto questo tempo Pierluigi quando può e quando deve non trascura il suo ruolo di Pollicino. Alle 4 e mezzo arriviamo all’abbazia di S. Albino, dove don Nunzio De Agostini ci illustra gli affreschi sull’abside (con quei colori vivissimi) che, a sentir lui, sono stati semplicemente ripuliti, anche se il custode ha detto che qualche ritocco è stato fatto. Qui nel 713 due paladini di Carlo Magno morirono nella battaglia di Mortara contro i Longobardi. I loro resti prima posti sotto l’altare, ora sono custoditi in un’urna incassata nella parete di destra. I seniores dormono nella stanza adiacente, tutto l’ambiente è stato recentemente ristrutturato. Intorno c’è un laghetto con pontile in legno e due oche che sguazzano in un’acqua verde stagno. Arriva in bicicletta una giovane scout, Chiara, che ci guida presso la sede scout, dove si passerà la notte. Sono anche arrivati da Milano due rappresentanti dell’Ordine di Malta e Monica è impegnata a parlare con loro. Mortara – Vercelli Mercoledì 14 settembre Per la giornata che ci ha portato in Piemonte il piacere del racconto è di Bruno: Sveglia alle cinque nell’ostello dell’Abbazia di Sant’Albino a Mortara. La colazione al bar è preparata dall’ospitalero Tino. Partenza sulla ciclabile alla rotonda Carlo Magno …e appena usciti dal paese ci appare il Monte Rosa che anche per i non piemontesi è proprio una piacevole vista. Si prosegue per Madonna del Campo visitando la bellissima chiesa, con affreschi tra cui uno splendido S.Giacomo Maggiore. Poi passando per strade sterrate ed argini arriviamo a Nicorvo – Robbio dove visitiamo la splendida chiesa romanica di S.Pietro. Il simpatico parroco Don Gianni ci timbra le credenziali e poi ci chiede di fare una foto assieme di fronte alla chiesa. Quindi per lo sterrato arriviamo a Palestro dove mangiamo il panino di fronte alla chiesa di S.Martino. Monica viene invitata in municipio per parlare del nostro pellegrinaggio e della Via Francigena. Un signore ci da delle indicazioni e ci fa scendere verso il fiume Sesia e prendiamo l’argine sinistro verso Vercelli. Si cammina in mezzo al mare a quadretti (le risarie). Grandi spazi di campi di riso e sopra di noi il Monte Rosa: dal riso al Rosa ! Poco prima di arrivare Ugo viene punto da una vespa, proprio lui che è allergico! La situazione viene tenuta sotto controllo. Arriviamo al Ponte del Sesia che ci porterà a Vercelli e ci attende il nostro autista Aldo con la consigliera comunale per la via Francigena Maria Rita Balossino. Un abbraccio, commossi, ma anche un altro gradito incontro con un pellegrino francese, Henry che da viene da Lione diretto a Roma. Lo invitiamo a fermarsi con noi. Ci insegnerà il canto del pellegrino. Arriva Franco Musso, pellegrino compostellano di Vercelli che ci guida al Palazzetto dell’Hockey. Troviamo la palestra attrezzata per noi, con lettini lenzuolo e panno: una bella visione! C’è un bel sole e ci dedichiamo un momento alla pulizia e a riordinare il nostro zaino, ma ecco l’appuntamento importante. Sempre guidati da Franco Musso e da Maria Rita Balossino, che è l’ideatrice e l’organizzatrice della “Settimana Vercellese per la via Francigena” che si apre oggi con il nostro arrivo, arriviamo all’abbazia di Sant’Andrea. Siamo ricevuti ufficialmente dal sindaco Corsaro, dal presidente della provincia Masoero e dal vicario generale della diocesi Giuseppe Versaldi. Una grande accoglienza, una grande attenzione e considerazione: guida e descrizione della magnifica abbazia di stile gotico cistercense, preparazione del cerimoniale di entrata alla S. Messa con le splendide mantelline della nostra Confraternita. Assistiamo alla santa messa concelebrata dal Monsignore stesso e dall’abate di Sant’ Andrea Don Albertazzi. Al termine siamo accompagnati da un giovane allo splendido Duomo col Crocifisso d’argento (visita e storia della cattedrale dedicata a Sant’Eusebio). Poi entriamo nel grande seminario e con una cerimonia calorosa ci viene consegnata una pergamena intestata personalmente ad ognuno che attesta il nostro passaggio da pellegrini. La cena preceduta dall’aperitivo ci viene offerta in un’ altra grande sala, presentata e descritta da P.G. Fossale, assessore alla cultura e accademico della cucina, come cena speciale dedicata al pellegrino: oltre alla specialità locale del riso al salame, servito in un grande calderone di rame portato da due persone, le tagliatelle in brodo con pistilli di zafferano (per ricordare le proprietà di prevenzione di malattie come la peste), torte di verdura, friciulin e il dolce di pane al cioccolato e … tutto innaffiato dalla Barbera del Monferrato, portato da me…. Bruno passa e ripassa a riempirci i bicchieri e il vino unito alle emozioni, ai 34 km di strada ci invitano a quelle benedette brandine nella palestra. Una giornata vissuta intensamente, indimenticabile! Sono tornati con noi Beppe e Paolo, bravi! Non è facile andare a casa a sistemare degli impegni e tornare di nuovo sul pellegrinaggio. Pierluigi: Sono stato sorpreso e mi ha pure commosso, la splendida accoglienza ricevuta a Vercelli davanti al sagrato della magnifica basilica di Sant’Andrea. E’ stata per me una emozione gratificante nella quale mi sono sentito orgoglioso di essere un pellegrino, accolto dalle massime autorità civili e religiose della città. Sono stato inoltre soddisfatto nel sapere e nel vedere che la Via Francigena è sempre più percorsa dai pellegrini e non deserta o quasi, come dicono i pessimisti. Questo dovrebbe essere motivo d’orgoglio e di speranza nel vedere rinascere questo antichissimo cammino della nostra fede ed auspico che la nostra Confraternita, le istituzioni e la chiesa operino più attivamente per il suo rilancio. Di questa giornata è bello ricordare anche un episodio avvenuto a Palestro mentre aspettavamo che Monica si congedasse dal sindaco. Un uomo che guidava un camion passando davanti al nostro gruppo ci ha riconosciuto come pellegrini e con grande slancio ci ha fatto dei cenni, poi si è fermato ed è sceso. E’ stato da poco pellegrino sul cammino di Santiago, riconosce Chiara dalla quale aveva avuto la credenziale e soprattutto rivede Roberta e Giampiero gli ospitaleri che lo hanno accolto a S. Nicolas. Grande emozione! Lucia: Lo stato d’animo di questo pellegrino mi fa ricordare il mio passaggio a San Nicolas. Nel 2003 sono passata e rimasta per una decina di minuti nell’albergue della confraternita dove ho conosciuto Franco e Mauro come ospitaleri. Ero dispiaciuta di non aver saputo programmare il mio cammino in modo da fare tappa lì, ma sono stati sufficienti quei pochi momenti per sentirmi accolta e ricevere una impressione di trovarmi davanti a due persone speciali sia per il ruolo che svolgevano, sia per come lo svolgevano. Da allora ho avuto la fortuna di rivederli e di vivere assieme a loro esperienze di pellegrinaggio, come questa, e assieme ad altri splendidi amici e pellegrini, ma loro sono e saranno per me sempre qualcosa di molto particolare, una magnifica sensazione di essere riconosciuta, attesa e accolta. Belli e bravi sempre! Vercelli – Crescentino Giovedì 15 settembre Dopo una colazione fatta sugli spalti della palestra dove troviamo pasticcini e dolcetti, questa volta offerti dal Comune, ci prepariamo a partire per la nostra tappa. Graziella ci ha lasciato un altro piccolo conforto: un pacchetto di fazzolettini ciascuno. Con la preghiera salutiamo il pellegrino francese e con lui cantiamo il canto del pellegrino Ultreya di J.Claude Bénazet e il Salve Regina in latino. Chant Des Pèlerins de Compostelle Tuos les matins nous prenons le chemin Tuos les matins nous allons plus loin Jour après la route nous appelle C’est la voix de Compostelle * Ultreya ultreya e Suseya Deus, adjuvat nos * Chemin de terres et chemin de foi, Voie millénaire de l’Europe La voie lactée de Charlemagne, C’est le chemin de tous les jacquets * Ultreya ultreya e Suseya Deus, adjuvat nos * Et tout là-bas au bout du continent, Messire Jacques nous attende, Depuis toujours son sourire fixe, Le soleil qui meurt au Finistèrre * Ultreya ultreya e Suseya Deus, adjuvat nos * Ci lascia Fabiano l’intruso speciale ha fatto anche quest’anno una esperienza di cammino in Spagna ma adesso anche per lui è giunta l’ora di tornare al lavoro. La strada da fare oggi è tanta e quasi tutta sull’asfalto. La giornata è molto calda. Ai lati della via vediamo grandi distese di campi di riso, non c’è possibilità di sosta all’ombra . Maristella il giusto mezzo (sia per il passo che mantiene regolarmente costante sia per l’equilibrio e la serenità che sembra le siano sempre congeniali) si ripara con l’ombrello. Maristella: Prima di iniziare la settimana di pellegrinaggio con la Confraternita ero abbastanza scettica perché pensavo che quando si è in tanti inevitabilmente si creano dei contrattempi e inoltre mi inserivo in un gruppo che già camminava da 13 giorni e quindi già consolidato. Invece, fin dal primo giorno mi sono sentita a mio agio anche con le persone che non conoscevo. La fatica, i piedi sofferenti, le ore di sonno perdute e altri disagi hanno approfondito il mio senso di umanità e di limitatezza ma l’allegria e la solidarietà dei compagni di viaggio mi ha dato anche molta gioia. Mi è piaciuto pregare insieme, ascoltare e parlare, confidarmi e accogliere confidenze, incoraggiare e ricevere sostegno, incontrare le molte persone che ci hanno accolto con tanta simpatia. Un ricordo particolare mi è rimasto del sig. Favari Giovanni di Senna Lodigiana, personaggio di spiccata personalità, che con tanta passione ci ha raccontato la sua storia fatta di studi, ricerche e non poche difficoltà per far rinascere la Via Francigena. Ringrazio tutti i confratelli pellegrini per il cammino fatto insieme che ha lasciato una bella traccia sulla mia strada. Il gruppo è spezzato e camminano insieme quelli che hanno ugual passo. C’è anche chi cammina da solo e può pensare di essere come nella meseta in Spagna; nella monotonia del passo e del paesaggio si può pensare molto. Nilo: Oggi il cammino pare non avere fine, nei chilometri e nei pensieri. Come sempre! Abbiamo lasciato alle spalle le gigantesche centrali che al mattino erano apparse all’orizzonte. Lungo la strada scorre sotto i nostri passi, con monotonia, l’asfalto: un pomeriggio d’arsura tra le vaste risaie pronte al taglio. Giovanni cammina davanti, pochi passi. Mi affianco.”Oggi non finisce. Mi son ridotto a contare le automobili che passano: tante in un senso, tante nell’altro. Un gioco stupido… ma il tempo passa” dico, per far parola. Col suo sguardo sereno e barba da eremita pare un guru. Mi sorride. “Prova a pregare. Farai una cosa più utile.” Il silenzio ritorna tra i nostri passi. Ci provo. Dalle risaie, ora, stanno emergendo un campanile e tetti rossi. Anche questa sera noi pellegrini avremo un riparo e l’anima più leggera… Abituato a peregrinare in solitudine, con voi ho capito che un compagno può essere l’Angelo che aiuta a camminare nella direzione giusta. Con noi Nilo è diventato più pellegrino che l’alpinista. E il momento adatto per ripetere il tentativo di imparare il coro dei pellegrini di Wagner dal Tannhauser. Chiara è la più impegnata ma dovrà considerare quanto l’argomento musica sia ancora una conquista tutta da fare da questo gruppo di pellegrini. Ma ricordiamo il nostro curato Rodolfo che facendo parte di un coro con repertorio di antichi canti dei pellegrini, ci salva l’onore. Rodolfo: Penso che con questo pellegrinaggio, la Confraternita abbia raggiunto un tassello molto importante verso le sue finalità e, naturalmente, l’esperienza fatta si pone come contributo alla sua crescita umana e spirituale. L’impensabile e folto numero di partecipanti, il tragitto della “francigena” e le varie occasioni d’incontro con autorità civili e religiose con vasta eco sui giornali e mass media: questi a mio avviso alcuni risultati immediati. Si è così realizzata in maniera forse imprevista e insperata, l’occasione della testimonianza del transito di pellegrini attraverso nostri percorsi storici e scarsamente frequentati. Credo che altri risultati, molto ma molto più mediati ma di certo di gran lunga maggiori, ciascuno li potrà ricavare da questa esperienza non facile di convivenza errante e di possibile interscambio tra diversi caratteri e personalità. Certo che tutto è perfettibile, che in questa forma e sviluppo di “ricerca” con specifica sociale e religiosa, ognuno deve sempre più superarsi e cercare di estrarre il meglio di sé, nel rispetto dell’altro e nella condivisione più partecipata possibile. Si arriva verso le 16. La palestra di una scuola è il nostro asilo, non è molto spaziosa, ma almeno gli addetti della protezione civile ci portano dei materassi. Alle 19 andiamo alla Messa. Stupiti dei ragazzi dicono a Maria: “Avete fatto le Grangie a piedi?”. Così viene chiamata questa strada che viene percorsa dalla gente del luogo solo in macchina e anche ad una bella velocità. Per fortuna è molto larga ! La cena viene offerta dalla Pro Loco nella sua struttura che è grande, spaziosa e che troviamo apparecchiata. Le volontarie intonano come preghiera il canto: “Per il pane che ci dai, Alleluia; per il vino che ci dai, Alleluia”. Il sindaco nel suo discorso di accoglienza ci dice che mangeremo la loro specialità: la panissa (buonissima !) e poi ci introduce virtualmente in questo paese con il racconto della sua storia antica e moderna. Abbiamo in dono una riproduzione della antica pianta del paese, una per ciascuno. Ogni giorno ci sentiamo più importanti. In fondo abbiamo solo camminato, e dormito con qualche disagio! Sarà merito della Confraternita e della Monica … Roberto ha fatto stampare la foto fatta a Robbio e ce ne regala una a testa: bravo, che bella mossa da il tempestivo. Sono con noi Davide il libro e Valerio l‘altro fratello. E’ arrivato anche il nostro rettore. Crescentino – Gassino Venerdì 16 settembre Facciamo i primi sei km con Monica e Paolo Caucci che poi ci lasciano per andare al convegno sulla Via Francigena a Vercelli. E poi, come ci racconta Davide Gandini: vi sono soste da compiere per venerare coloro che ci hanno preceduto nel tempo, i santi, gli amici di Cristo! Con gioia e commozione, quindi, percorrendo l’ultimo tratto di cammino tra Vercelli e Torino, siamo entrati a Cavagnolo, fortunata patria di uno dei nostri patroni più amati: il Venerabile Casimiro Barello (Cavagnolo, 1857- Alcoy, 1884 ). Siamo stati accolti all’ingresso in Cavagnolo dal sindaco e dai sigg.ri Aldo e Maria Ferrero, da anni impegnati in un gruppo di preghiera e di testimonianza cristiana e devoti del Venerabile cavagnolese. Siamo stati da loro guidati nella visita alla vecchia chiesa parrocchiale, dove Casimiro pregava da ragazzo, e alla casa natale di Casimiro, in frazione Ostino. Grati di cuore al sindaco di Cavagnolo e ad Aldo e Maria, per aver potuto pregare Casimiro nei suoi luoghi, siamo ripartiti verso Torino. Continuando il percorso su strada asfaltata e sostenendo il fastidio di un po’ di traffico, arriviamo nei pressi di Gassino dove possiamo sostare presso una struttura scout e servirci delle docce del vicino campo sportivo. Il luogo per accoglierci è disponibile solo alle 19 presso una parrocchia vicina. Arrivano i volontari scout del Gruppo CNGEI di Gassino e ci accompagnano in un edificio della parrocchia di Castiglione. Sono due grandi locali, uno per distenderci con i nostri tappetini e sacchi a pelo, l’altro per la grande tavolata e ancora i volontari ci preparano la cena. Sono tornati per concludere insieme il pellegrinaggio Liliana, Teresina, Grazia e Giuseppe; e anche, come ci fu promesso a Camaiore, la bella Serena ad vocata come presenza di forze giovani e nuove. Cantiamo la preghiera che abbiamo imparato ieri. Arrivano grandi vassoi di bignoline offerte da Marcello. Questi sono i numeri di Marcello: – Uno Un salvataggio ! – Due le mie cadute ! – Tre le cene ufficiali ! – Quattro i guadi ! Cinque i miei innamoramenti sul cammino ! – Dieci le notti che non ho dormito per il motivo su descritto ! – Quindici le scaramucce con il povero Aldo ! – Venti le giornate fantastiche del pellegrinaggio ! – Cinquanta i nuovi amici che ho conosciuto e che qualche volta ho fatto arrabbiare ! – Mille i saluti affettuosi a tutti compreso la NUMERO UNO. Bruno continua a versarci il suo barbera. Roberto: Bruno passa a riempirci i bicchieri. Lucia accenna un motivetto sul vino che piace subito a Chiara, soprattutto per il ritornello “l’acqua è fatta per i perversi, e il diluvio lo dimostrò” che sembra una frase biblica. Scriviamo le parole e proviamo a modificare una strofa per fare una canzone di ringraziamento a Bruno. Difficile trovare la rima a Bosia . Laura si unisce e cantiamo a squarciagola cercando di attirare la partecipazione di altri. Cerchiamo anche di coinvolgere Davide ma lui sente la mancanza della sua chitarra. Peccato! Bruno lo ringraziamo qui. Il piccolo coro fa una fugace apparizione, nella sala c’è grande vivacità e neppure il gioco che propone Mario ha grande risultato. Per fortuna qualcuno suggerisce di andare a dormire, ne abbiamo bisogno perché la giornata è stata impegnativa. Chiara: Tra i tanti ricordi del pellegrinaggio a Torino ne scelgo due particolarmente nitidi perchè cromatici. Il primo è rosso: il ricordo dei confortanti bicchieri di vino durante le nostre cene. Vi ricordate come era rosso? E come era buono e come eravamo grati e stupiti alla sera mentre chiacchieravamo bevendo con calma. Quel vino, ottimo, che aveva anche un nome (era Barbera), mi pare riassuma bene tutto quello che di gratuito e inaspettato ci è arrivato durante un pellegrinaggio. Anche se ci si aspetta un vino non lo si spera così buono, anche se ci si aspetta un paesaggio interessante non si è poi pronti ai colori o ai profumi che si incontrano e lo stesso vale per i compagni di viaggio. Per non parlare poi delle ragioni per cui io credevo di essere partita e che, sera dopo sera, complice i km, il vino e la Grazia di Dio sono diventate sempre più chiare e diverse dalle attese. L’altro colore è il bianco: come lo scalino nella chiesa di Cavagnolo, lo stesso su cui si inginocchiava il venerabile Casimiro quando non era in giro a pellegrinare. Non ditelo in giro ma io ed altri su quel gradino ci siamo inginocchiati (un po’ di nascosto, un po’ timidamente) per provare a cambiare prospettiva, per provare a vedere se qualcosa cambiava subito, e poi per toccare davvero (i pellegrini sono gente concreta) il posto dove anche un venerabile della Chiesa si era inginocchiato. E’sempre la stessa storia: cammini dove altri pellegrini hanno camminato, ti inginocchi dove altri prima di te si sono inginocchiati, vedi le chiese che hanno visto e ti ricordi che non sei proprio l’inizio e la fine del mondo, sei come sulle tracce di altri e questo significa che tutto sommato non sei solo, grazie a Dio. Adesso nelle brume di novembre, tra le ansie della vita quotidiana e la noia del già visto, il rosso del vino e il bianco dello scalino tornano ogni tanto alla mente giusto per ricordare che il quotidiano, il presente sono un bene ma non è poi così strano che ci aspetti ancora altro, inaspettato, nuovo, gratuito, concreto e che quindi vale anche in autunno l’antico motto: ultreia. Gassino – Torino Sabato 17 settembre Si lascia la parrocchia con il saluto dei volontari che ci hanno accudito. Il primo tratto è lungo un canale e possiamo dire tranquillamente il rosario. Arriviamo a S.Mauro Torinese, facciamo una piccola sosta e incontriamo un amico, Paolo Clerici, che ci aspetta e che ci farà da guida. Anche lui sotto i magnifici baffi ha per noi un gran sorriso. Attraversiamo il Po e si intravede il punto in cui s’incontra con la Dora. Il parco che percorriamo è molto bello ma dobbiamo andare spediti per essere alla cattedrale prima di mezzogiorno. Il passaggio in città ci è reso scorrevole grazie all’aiuto di Maurizio un amico-pellegrino che per nostra fortuna è proprio un vigile urbano della città. Arriviamo in tempo e così possiamo raccoglierci di fronte all’altare dedicato alla S.Sindone per una breve preghiera. La chiesa è addobbata con dei festoni che sono per noi (come fu lo scorso anno a Saludecio): ci sarà nel pomeriggio un matrimonio di un qualche discendente di Casa Savoia. Un’altra foto di gruppo davanti al Duomo ripetuta come sempre per le varie macchine fotografiche. Ma il fotografo del nostro viaggio più impegnato e attento è stato Vittorio; infatti lui non ha camminato con uno zaino ma con una tracolla nera che proteggeva la sua preziosa macchina. Speriamo che vinca il concorso fotografico della via Francigena. E Renzo, il nostro factotum che apre i sentieri, che risolve problemi di idraulica, che cura l’ombrello di Giovanna, che ha raccolto tutti i selli, ora che sappiamo che si cimenta anche con i pennelli e i coloro a olio, potrebbe farci un quadro di qualche posto speciale del nostro tragitto. Il nostro vigile pellegrino ci accompagna all’ostello del Padri Salesiani ed è un’impresa farci strada ai semafori mentre il gruppo tende a disfarsi, è stato proprio bravo e paziente. Salutiamo Franco che ora deve proprio partire e andare a conoscere la nipotina. Spuntino e riposino e pronti alle 15 e mezzo. Sta per arrivare un temporale proprio quando ci avviamo alla chiesa del S.S.Sudario per la Messa e la cerimonia conclusiva del nostro pellegrinaggio. L’accoglienza dei Confratelli è calda e piena di premure, il cerimoniale ben guidato da Massimo. Le due confraternite, quella del S.S.Sudario, vestita di bianco alla sinistra, e la nostra alla destra con la tunica rossa e la mantellina con le conchiglie e il coro in abito scuro: una perfetta coreografia e tanta partecipazione. Al termine della Messa, scambio di doni preziosi fra i quale anche un simbolo portato da un confratello della S.Trinità proveniente da S.Rocco di Montpellier. Il rettore consegna ai pellegrini nominalmente le credenziali con tutti i selli (timbri) delle nostre tappe con un Ultreya di saluto che ora ci riporterà nel pellegrinaggio delle nostre vite personali. Gratificati anche da un bel rinfresco visitiamo il museo della Confraternita del S.S.Sudario guidati con molta cura e competenza dal Prof. . Giovanni: …alla fine di tanto cammino e tante fatiche. Si respira un’atmosfera di raccoglimento, e l’emozione è palpabile sul volto dei presenti. …Visitando il museo della Sacra Sindone, davanti a tanti documenti e fotografie esposte, ascoltiamo la guida che ci illustra i risultati di tante ricerche effettuate con particolare rigore scientifico, che danno una lettura sempre più dettagliata dei segni lasciati dall’uomo della Sindone, che ci mostrano le grandi sofferenze subite da Gesù. Sentendo queste descrizioni sembra quasi un racconto di un testimone che ha assistito a ogni momento della passione di nostro Signore, ma naturalmente senza quella carica di emozioni che un simile racconto avrebbe, se chi ci sta parlando fosse stato veramente presente al dramma. La giornata sta per finire e il pellegrinaggio pure. Giuseppe e Maria: Avevamo una meta ambiziosa: il Santo Volto della Sindone. Il pellegrinaggio di quest’anno ha voluto congiungere due Volti. Ma in mezzo, sulle strade che abbiamo percorse, i volti che abbiamo incontrati non siamo riusciti a contarli. Ciascuno è Volto e ogni Volto è degno di pellegrinaggio: di noi che ci muoviamo incontro all’Altro e che ci facciamo prossimo dell’Altro. Nessuno può fare a meno dell’Altro. E’ una dipendenza che anzitutto è frutto di amore e gratuità, a cominciare dal gesto d’amore che genera. Questo pellegrinare ci educa allora al rapporto sobrio con i beni, quello sereno con il tempo, quello amorevole e grato con il fratello. A chi ha fortuna addirittura riesce a fare intravedere la Grazia di Dio. Allora ci aiuta a ricomporre il mondo che c’è, con tutto il bene che c’è, e a sollecitare la nostra risposta. Il mondo di adesso, perché noi siamo gente di adesso. Diventa bello sentirsi pellegrino ogni giorno. Come colui che sa che su questa terra non è padrone di niente, ma ospite e forestiero. Che agisce consapevole che niente della mia vita dipende da me, ma che invece da me dipende molto della vita di coloro che incontro. Perché siamo tutti prossimi del prossimo. E sempre uno è il Volto segreto di ogni persona. I molti impegni e la fretta ci hanno protetto dal commuoverci troppo e anche per la cena dobbiamo non perdere tempo perché il self service dell’ostello chiude presto. Dopo cena il rettore saluta la compagnia, soddisfatto di aver avuto al convegno di Vercelli il riscontro dell’efficacia del nostro passaggio di pellegrini lascia anche noi soddisfatti e contenti. Alcuni amici sono gia partiti ed altri non potranno essere presenti domani alla Messa a Vercelli. Ugo: Mi è rimasto il vuoto della vostra compagnia e ringrazio l’Altissimo che mi ha dato la possibilità di conoscervi. Non è facile riuscire a salutarci tutti e a dirci in breve tutte quelle cose che ci abbiamo dentro. Grazie a tutti. Abbiamo ricevuto molto. Ci è stato concesso il privilegio di essere pellegrini. Epilogo Un emozionante privilegio Mauro: “Via Francigena”; nome magico almeno per me, pellegrino privilegiato dall’averla percorsa nell’Anno Santo Giubilare del 2000 proveniente da Canterbury, e poter ripercorrere (sia pure in senso contrario), una buona parte di quel cammino ancora fluttuante nella memoria, ha riacceso il desiderio di rivedere i molti luoghi attraversati e la speranza di ritrovare alcune persone da cui ho avuto grande accoglienza, ma soprattutto questa volta, è la motivazione di percorrerla finalmente come Confraternita, di poter scavare nei territori che verranno attraversati dal nostro robusto gruppo, un profondo solco in cui piantare un nuovo seme di questa “Via Francigena” che al momento è ancora misconosciuta, più per le neghittosità delle realtà locali che per la difficoltà di determinare un unico tracciato…. Grande allegria a Lucca incontrando i numerosi pellegrini, alcuni già noti, altri da conoscere man mano lungo il cammino, e da subito inizia la vita di gruppo con tutti gli annessi e connessi …Già a Sarzana ho un tuffo all’indietro di 5 anni, essendo tutti noi alloggiati nel medesimo Centro di Crescita Comunitaria in via Braida, dove venni accolto nel 2000; solo che allora ebbi una confortevole cameretta, mentre anche oggi tutti i confratelli riposeranno sul duro pavimento, ma l’ambiente e la cordialità dei ragazzi qui ospitati (e che oggi ci ospitano) è ancora la medesima… Così è anche a Pontremoli, dove rivedo Padre Franco; anche allora il grande convento aveva solo tre frati, e l’arrivo del nostro folto gruppo (ancora non ben compreso nello spirito del pellegrinaggio), movimenta non poco la vita della piccola Comunità. Da Pontremoli saliamo al Passo della Cisa, ordinatamente in ordine sparso, ed il percorso trovato da Monica si rivela gradevole in quanto defilato rispetto alla ex camionale; tra l’altro il nostro confratello Michele (da buon Arcangelo…), ha l’occasione di salvare una buonanima persa sui dirupi per colpa di gustosissimi funghi… A Berceto, non rivedo Don Pino, ed anche la cittadina mi si perde nelle nebbie dei ricordi, non dimentico però la “Ripa Santa” che al mattino seguente, uscendo dalla cittadina, ci conduce con ripida salita alla Cappellina di San Moderanno, poi la lunga e boscosa discesa verso Sivizzano e Fornovo dove nel 2000 Don Giuseppe non si ricordò di lasciarmi le chiavi del rifugio situato accanto alla bellissima Pieve. Il folto gruppo di pellegrini quali siamo, vedo che non lascia indifferenti le persone nelle località che attraversiamo, e questo mi è di grande sollievo nel sopportare le “fatiche” del cammino; vuol dire che stiamo centrando l’obbiettivo che, come Confraternita, ci si era prefisso… La tappa verso Piacenza mi fa passare accanto al bellissimo rifugio di Montale, dove venni accompagnato da Don Stefano, ma poi a Piacenza, non ho il piacere di incontrarlo personalmente, rivedendo però la sua bella e potente moto, ed alla tappa successiva, all’attraversamento del Po (dove ho avuto modo di capire come delle diatribe di campanile siano di nocumento alla “Via Francigena”), ad Orio Litta, l’incontro con gli amici Favari e Cappelletti, colonne dell’accoglienza in questa parte di Lombardia, oggi come allora. Qui ad Orio, credo che la Confraternita abbia assolto egregiamente il suo dovere di promozione della “Francigena”, e l’accoglienza della comunità prima, e della parte istituzionale poi, abbia gettato delle solidissime basi di una proficua collaborazione per lo sviluppo della stessa. Poi, da Orio in avanti, tutti i pellegrini indistintamente, di provenienza o di razza, hanno dato il sangue per lo sviluppo della “Francigena”… Fuor di metafora, alle zanzare “padane”, non è parso vero di poter campare alle spalle ed alle gambe degli afflitti pellegrini che pur di poter testimoniare il loro attaccamento alla causa, dopo i primi giorni di “dazio”, sono corsi ai ripari affidandosi ai vari “Untori” di antizanzare. Il pellegrinaggio in questo tratto e fino a Vercelli è stato particolarmente faticoso, ma denso di avvenimenti e di incontri, fortuiti o meno, che lo hanno reso grande; vedi a San Giacomo della Cerreta, a Robbio, a Casoni di Sant’Albino con Don Nunzio, che ancora si ricorda di me, per non parlare dell’accoglienza delle istituzioni civiche e religiose a Vercelli, che ci hanno inorgoglito ed anche l’incontro con un simpatico “marcheur de Dieu” francese, assolutamente imprevisto, mentre egli si dirigeva verso Mortara. Anche a Crescentino (sebbene fuori dal percorso della Francigena stilato da Monica…), abbiamo una accoglienza favolosa da parte delle autorità civiche, Sindaco in testa… A Torino, presso la Sacra Sindone, il compimento del pellegrinaggio prende la parte più religiosa e rappresentativa che gli compete, con tutti i Confratelli in veste rossa e pellegrina d’ordinanza partecipanti, assieme alla Confraternita del Santo Sudario, alla Santa Messa che pone ufficialmente termine al pellegrinaggio di Confraternita 2005. Il giorno dopo, domenica 18-9-05, a coronamento degli impegni ufficiali dei Comuni della “Via Francigena”, tutti i confratelli si trasferiscono di nuovo a Vercelli per partecipare in pompa magna e quali invitati d’onore assieme ad altre numerose Confraternite, alla Santa Messa officiata in lingua latina dal Vescovo.Tirando le “mie” somme di questo “particolare” pellegrinaggio, voluto e più volte fortemente auspicato da alcuni di noi, per alcuni versi più fortemente innamorati della “Via Francigena”, non posso fare a meno di considerarlo perfettamente riuscito dal punto di vista della sua visibilità, di pungolo e stimolo presso le istituzioni delle comunità attraversate. Certo, alcune cose sono ancora da rivedere, affinare e certamente, per tutti noi confratelli, da sostenere con la più larga partecipazione possibile a nuove occasioni di ripercorrerla, sempre in gruppo e sempre come Confraternita, anche se a volte i disagi e le difficoltà di “essere Confraternita in cammino”, non sono lievi, ma da noi, Confratelli impegnati come testimoni sulle “Vie di fede”, non ci si aspetta niente di meno … quindi…. Ultreya e Suseya per la “nostra” Via Francigena!! |
