Michelangelo Buonarroti
Il dio fluviale

Questa è l’opera di Michelangelo Buonarroti che Vera Biagioni apprezza di più. Il motivo di questo suo apprezzamento sta nel fatto che quando questa scultura fu presentata al palazzo Strozzi dopo il suo restauro portava nel biglietto di presentazione un punto interrogativo sul luogo di nascita dell’autore.
IL LIBRO DI VERA

Questo è il libro nel quale Vera ha raccolto la sua ricerca appassionata ricerca sul luogo di nascita di Michelangelo.


Questo è il sito Michelangelodove.webly.com che è stata la prima fase della ricerca di Vera
ricerche da Vera
Le Carline
Questa storia che è stata raccontata dalla mia amica Vera mentre stavamo facendo un ‘Cammino’. Il suo racconto era così genuino, semplice e altrettanto interessante che l’ho invitata a scriverlo. Lei mi ha creduta e lo ha scritto. Poi è stato diffuso nel giornale per Pellegrini

La carlina è una pianta selvatica che cresce aderente al terreno con lunghe foglie spinose disposte a rosetta. Al centro si forma il frutto: un capolino del diametro di circa 8 cm., anch’esso disposto raso terra e completamente avvolto da foglioline appuntite. Il capolino è commestibile, tipo il carciofo, e può essere mangiato sia crudo che cotto. La superficie del capolino è densamente pelosa e quando la pianta sfiorisce il capolino si trasforma in una specie di spazzola rotonda ricoperta da migliaia e migliaia di sottilissimi filamenti della lunghezza inferiore al centimetro. La carlina viene anche usata come pianta ornamentale nelle composizioni di fiori secchi. Le sue radici hanno proprietà curative. Cresce in montagna in zone sassose e aride. La carlina è anche chiamata “pan de l’alpin”, “cardo San Pellegrino”, “pane del cacciatore”. Le montagne dell’Alto Casentino erano attraversate dall’antica Via Romea di Stade che era percorsa da viandanti e pellegrini che dal nord d’Europa si recavano a Roma. E ad ogni nuova primavera la carlina si faceva trovare lì, pronta per offrire ai camminanti il suo frutto prelibato. Anche oggi il capolino di questo cardo è molto apprezzato dai nuovi pellegrini che percorrono i boschi e terreni aridi del Casentino per riscoprire l’antico percorso della Via Romea descritto settecento anni fa dal monaco Alberto di Stade. Il nome generico di carlina sembra derivi da Carlo Magno che attribuì alla pianta il potere di curare la pestilenza. Gli antichi Sassoni consideravano la carlina un amuleto contro il malocchio e contro ogni malattia. Nei piccoli paesi rurali del Casentino era costume lasciare sempre aperte le porte delle case in modo che ogni membro della comunità, senza bussare o chiedere permesso, in qualunque ora del giorno poteva far visita a questa o quella famiglia. Non dappertutto, ma in alcuni di quei paesi, c’era la credenza e il timore che dalla porta sempre aperta potessero entrare le streghe, portatrici di eventi malefici. Ma il rimedio a questa eventualità c’era, ed era proprio la carlina: una bella carlina più grande possibile, inchiodata sulla porta, salvaguardava la casa dall’’evento tanto temuto che una strega potesse entrare e portare disgrazie.

Si credeva infatti che le streghe per potersi introdurre in una casa dovessero prima contare ad uno ad uno, senza interruzioni, tutti i filamenti della carlina. E siccome per distrazione o per il sopraggiungere del sonno non era possibile portare a termine la conta tutta di seguito, il pericolo che le streghe entrassero in casa veniva così scongiurato. Come sempre succede, fra le tante persone che avevano paura delle streghe, non mancava qualcuno che a queste storie non ci credesse e tuttavia, per rassicurare i compaesani che frequentavano la sua casa, finiva anch’esso per inchiodare sulla propria porta, una bella carlina. Pertanto, ogni porta del paese, stalle comprese, non veniva mai lasciata sguarnita della sua carlina antisventure.
E fu così che le case del Casentino rimasero sempre aperte per gli amici e per i pellegrini.
Si racconta intorno alla vita di San Pellegrino che si cibasse di quei cardi spinosi che i montanari della Garfagnana chiamano ‘prunache ‘ ed i botanici ‘ carline ‘. Mirola Poggi Calzolari – Da: “ll parco naturale dell’Orecchietta in Garfagnana” ed. Manfrini
PELLEGRINI A BRUXELLES
Ai numerosi turisti che ogni anno si recano a Bruxelles la città offre un’ampia serie di proposte per far conoscere la propria storia, l’arte, i costumi, il territorio. Per soddisfare le molteplici esigenze dei visitatori, i promotori turistici predispongono progetti su temi vari, come visite ai musei, scavi, complessi architettonici, urbanistici, insediamenti umani, e molto altro. E in questa lunga serie di proposte vi è stato inserito anche un itinerario per i pellegrini e quanti si interessano al tema dei pellegrinaggi.
Attraverso la città di Bruxelles passava infatti la via che percorrevano viandanti e pellegrini che provenienti dai territori a nord di Bruxelles andavano verso il Sud dell’Europa. I pellegrini si recavano a Roma a visitare la tomba di Pietro e il Santo Sepolcro a Gerusalemme. Successivamente, dopo la scoperta della tomba di San Giacomo nel IX secolo, iniziarono anche i pellegrinaggi a Santiago de Compostela.
E da allora, con varie interruzioni più o meno lunghe dovute a variazioni politiche, a guerre, a condizioni climatiche, e altro, il flusso dei pellegrini non è mai cessato. Anche ai nostri giorni, come ci raccontano amici ospitalieri che fanno servizio sulle vie di pellegrinaggio, sono diversi i pellegrini che dal nord d’Europa si recano a piedi a Santiago de Compostela, a Roma, a Gerusalemme e in altri luoghi di culto esistenti in varie parti d’Europa.
Nel tempo, la via per l’attraversamento della città di Bruxelles ha subito varie deviazioni per lasciare spazio a nuove costruzioni resesi necessarie per l’aumento della popolazione. Specialmente in epoca moderna e contemporanea la città si è notevolmente ingrandita: sono sorti nuovi quartieri grandi palazzi, larghe strade e piazze che occupano grandi spazi. E ciò, purtroppo, è anche stato causa della demolizione di antichi insediamenti tipici ricchi di storia. Questi sconvolgimenti urbanistici hanno determinato molti cambiamenti a quello che era l’antico cammino per l’attraversamento della città.
Sulla base di ricerche storiche è stato predisposto il possibile tragitto che facevano i pellegrini del Medio Evo attraverso il territorio di Bruxelles da Nord a Sud. Nella città l’itinerario è stato segnato con una cinquantina di conchiglie di bronzo incastonate nella sede stradale. Sulle facciate di alcuni edifici e chiese che si incontrano durante la visita, si trovano scolpiti bastoni, conchiglie e bisacce a testimoniare che da lì passava la via dei pellegrini.L’itinerario proposto inizia dal punto dove i pellegrini entravano nella città di Bruxelles, dalla -Porta di Lovanio, Place Madou, e termina a Porte del Hal passando per la Grand Place, il quartiere di San Giacomo, il quartiere di Marolles. Una deviazione porta alla Collegiata di San Pietro e San Guido ad Anderlecht.
Dopo la partenza da Place Madou la prima visita è prevista alla cattedrale San Michele e Santa Gudula. La Chiesa che risale all’anno 1000, e fu in seguito più volte modificata e ampliata, si presenta oggi con diversi stili. Gli ultimi interventi risalgono al XX secolo. All’interno della cattedrale una serie di statue fra cui San Giacomo con i simboli del pellegrino, bastone,zucca e cappello. C’è inoltre un bel pulpito barocco, bellissime vetrate e molti dipinti. Solo nel 1961 l’edificio è stato elevato al rango di cattedrale.
Proseguendo il cammino sulla Rue de la Montagne si giunge in Rue de la Madeleine dove si trova Chiesa si Santa Maria Maddalena del XV secolo eretta su una precedente chiesa del 1200. La chiesa fu restaurata nel 1956-58 e in quella occasione vi fu aggiunta l’antica Cappella di San’Anna.
La prossima tappa è alla Gran Place dove si giunge seguendo l’indicazione di una conchiglia sulla pavimentazione. La piazza, Patrimonio dell’Umanità, ritenuta una delle più belle del mondo, è’ circondata da splendidi palazzi di cui alcuni risalgono al XV – XVI secolo. L’Hotel de la Ville- Palazzo del Comune, iniziato nel 1400 è stato successivamente ampliato e riccamente decorato con pinnacoli baldacchini e statue. Sul palazzo svetta la torre di 96 metri costruita nel 1450 che costituisce uno dei capolavori dell’architettura gotica e che si è guadagnata l’appellativo di “Tour Inimitable”. C’è il palazzo La Casa del Re, che fino XII secolo era un edificio in legno, e nel del 1500 venne costruito in pietra. Ci sono poi le Case delle Corporazioni, una serie di palazzi a schiera costruiti nei secoli successivi.
Il cammino prosegue nel cuore del Quartiere San Giacomo in Rue Marché du Charbon, (nome attribuito per il commercio del carbone e dell’acciaio che si svolgeva in quella zona) per giungere alla Chiesa barocca Notre Dame del Buon Soccorso (XVII Secolo) All’interno della chiesa un altare dedicato a San Giacomo. Nelle vicinanze della chiesa si trovava l’ostello per pellegrini Saint Jaques d’Overmolen, fondato nel 1328, poi demolito. Nella facciata della chiesa vi sono scolpiti simboli di riconoscimento dei pellegrini, cappello, bastone, bisaccia, nonché una stella gialla su fondo blu che indica la direzione verso Santiago del Compostela. Era questo un punto importante di passaggio e di sosta per pellegrini diretti a Roma e Santiago.
A partire dalla Chiesa Notre Dame del Buon Soccorso, i pellegrini che desiderano visitare la collegiata di San Pietro e San Guido possono optare per la variante che porta ad Anderlecht .
Proseguendo il nostro itinerario si giunge nel quartiere di Marolles alla Chiesa di Notre Dame de la Chapelle, già citata in un documento del 1134. La chiesa custodisce una statua di San Giacomo dono della Galizia dell’anno 1992. Il sabato di Pentecoste diverse associazioni portano in processione le loro statue di San Giacomo nelle chiese di Notre Dame del Buon Soccorso e di Notre Dame de la Chapelle per far rivivere la vecchia pratica devozionale soppressa nel XVIII secolo. Non lontano dalla Chiesa di Notre Dame de la Chapelle esistevano gli hospitale di Saint Julien, l’hospitale di San Ghislain dove i pellegrini potevano alloggiare.
Si giunge infine alla Porte de Hal, ancora esistente. Al lato della porta una grande scultura in granito rosa, opera dello scultore spagnolo M.Paz dono della Giunta Galizia, saluta i pellegrini che hanno attraversato la città di Bruxelles.
A Santiago mancano ancora duemila chilometri.
Vera Biagioni
LE BEGHINE
LE BEGHINE
Quello delle beghine è un movimento di donne sorto nei paesi del Nord d’Europa alla fine del XII secolo. Le beghine erano donne che scelsero di vivere la loro vita umana e spirituale in totale indipendenza dal controllo maschile, familiare ed ecclesiastico, dedicandosi all’assistenza ai bisognosi, alla preghiera, alla ricerca dell’unione con Dio. Nel XII secolo si verifica un impulso religioso molto intenso che porta ad una esaltazione spirituali uomini e donne di tutti gli strati sociali. In questo fervore religioso si espande un sentimento di ribellione contro il potere costituito, contro una parte del clero corrotto e contro la Chiesa che viene accusata di avere troppo potere temporale in contrasto con gli ideali dettati dal vangelo. Il clima creatosi favorisce la nascita di nuovi movimenti che vogliono vivere la loro fede e i valori evangelici senza prendere i voti e assoggettarsi agli obblighi conventuali. Fra questi movimenti uno dei più originali è senz’altro il movimento beghinale. Agli inizi le beghine si dedicano alle opere di carità e alla preghiera rimanendo ciascuna nella propria casa ma in seguito, aumentando di numero, si raggruppano in case vicine, allineate, a forma di quadrilatero, circondate da mura, con una chiesetta al centro e prendono il nome di beghinaggi. I beghinaggi nascono in molte città dell’Europa del Nord ed in minor numero anche nel Sud. L’epicentro di questi raggruppamenti lo troviamo nella diocesi di Liegi. Il numero delle beghine aumenta rapidamente, e ciò anche a causa dello squilibrio demografico causato dalle crociate alle quali parteciparono un gran numero di giovani molti dei quali non fecero più ritorno. Al momento di maggiore espansione nel secolo XIII si parla di un milione di beghine. Il movimento delle beghine non ha una precisa origine, né un unico regolamento, né una fondatrice e un ordine gerarchico. Pur ispirandosi tutte ai valori del vangelo ogni beghinaggio ha un proprio regolamento, una propria responsabile che chiamano “Grande Dama” secondo lo stile e le metafore dell’amor cortese che vede nella Dama non più un demone, ma una creatura sublime che innalza l’uomo a Dio. Del nome beghine non si conosce l’esatta origine né il significato, sappiamo però che fu anche considerato un termine dispregiativo. Le beghine si conquistarono una loro indipendenza istituzionale resa possibile dall’autonomia economica derivata dal loro lavoro, del quale conservavano i proventi. Vari erano i mestieri che esercitarono: la sbiancatura della lana, filatura e tessitura, manutenzione di abiti liturgici, fabbricazione di candele, cucito, ricamo merletto, agricoltura. Le beghine si consacrano al servizio di Dio senza tuttavia rompere i legami con il mondo e prestando sempre il loro aiuto ai bisognosi. Un ruolo importante delle beghine è l’assistenza ai malati e ai poveri ed accorrono in luoghi colpiti da epidemie prestando il loro prezioso servizio. Nel 1832 il beghinaggio di Gand riceve una medaglia d’oro per la sua dedizione contro il colera. Nei beghinaggi viene altresì data assistenza alimentare agli indigenti mediante le Tavole del Santo Spirito, preludio alle mense per i poveri. Le beghine ricoprono un ruolo importante anche in campo educativo e culturale aprendo scuole gratuite per i poveri. Isabella de Wit con la sua scuola ad Anderlecht, vicino a Bruxelles, è considerata l’iniziatrice dell’insegnamento pubblico gratuito in quella regione. Per le beghine è molto importante la preghiera e nella loro spiritualità vi è una notevole componente di misticismo. Al tempo delle prime beghine la Chiesa riconosceva solo simbolicamente la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, che solo nel 1215 fu riconosciuta come il miracolo della transustanziazione. Tuttavia, fin dagli inizi del movimento, alcune beghine furono pervase da un grande desiderio di accostarsi spesso all’Eucarestia alla quale riservarono sempre un’intensa devozione. La storia ci racconta di beghine che ebbero un grande ruolo nella vita umana e contemplativa. Donne generose, intellettuali, brillanti, di grande cultura sia profana e sia teologica. Godettero di una grande fama tanto da influenzare celebri teologi del loro tempo. Julienne Cornillon (1193-1258) della comunità beghinale che cura i lebbrosi nel lazzaretto di Mont Cornillon. Sarà lei a promuovere l’istituzione della festa del Corpus Domini nella diocesi di Liegi, poi estesa a tutta la Chiesa da papa Urbano IV con Bolla Transiturus nel 1264. Marguerite Porete, (+1310. Conosce la Bibbia che secondo la notizia di un cronista tradusse in vernacolare. Di lei ci resta una versione in francese del suo libro capolavoro mistico Lo specchio delle anime semplici. Machtild di Magdebourg- (+1282). Al monastero di ragazze di alto rango preferisce una comunità di Beghine. Scrive il trattato La luce fluente delle Divinità. Molti critici pensano ch la sua opera abbia ispirato Dante Alighieri per il personaggio di Matelda presentato nel Purgatorio. E l’elenco delle grandi beghine potrebbe continuare. Nei suoi ottocento anni di storia il movimento beghinale è stato apprezzato ma anche molto osteggiato. La borghesia e il clero vedono di malocchio queste donne che rifiutano il matrimonio e il convento e si organizzano in gruppi femminili indipendenti. Le beghine hanno idee affini ai begardi, un movimento maschile sorto sulle orme di quello beghinale. Nel 1312 il concilio di Vienna presieduto da papa Clemente V dichiara eretico il movimento beghinale e dei begardi. L’Inquisizione condanna al rogo alcune beghine, e fra queste la stessa Marguerite Porete arsa sul rogo a Parigi nel 1310 insieme al suo libro Lo Specchio. In seguito altri papi intervengono per mitigare le condanne: Giovanni XXII per le beghine del Brabante (Belgio) e Clemente VI per quelle olandesi. Nel secolo XIII erano sorti beghinaggi in quasi tutti i paesi d’Europa e il Belgio ne contava il maggior numero con ben 94, dei quali però ne sono rimasti solo una trentina. Dopo il secolo XVI solo in Belgio rimase una presenza beghinale considerevole. Nel 1960 in Belgio erano ancora attivi 11 beghinaggi con 600 beghine e nel 2002 le beghine rimaste erano solo 6. L’ultima beghina è morta a Gand nel 2008. Ai nostri giorni, i beghinaggi sopravvissuti alle varie distruzioni rimangono imperniati nel tessuto cittadino ospitando residenze universitarie, istituzioni civiche, ordini religiosi. L’Unesco ne ha riconosciuti 13 come Patrimonio dell’Umanità.
Da Cronache di Cammini Ottobre 2013
LA VIA ROMEA E L’ALPE DI SERRA
Sono originaria del Casentino. Dai miei genitori e dagli anziani del luogo ho ascoltato molti racconti sulle famiglie della Valle Santa e sugli spostamenti, a piedi o a cavallo, tra i vari paesi o casolari della Valle del Corsalone e della Romagna. Questi nomi: Rimbocchi, Biforco, Corezzo, Serra, Siregiolo, Pezza, Maiolica, Corsalone, Savio, Rotta dei Cavalli e decine di altri, sentiti fin da piccola, sono sempre rimasti impressi nella mia mente.
Molti anni più tardi ho visitato quei paesi, ora per la maggior parte completamente disabitati e, purtroppo, in gran parte in rovina. Ho anche avuto modo di percorrere molti dei sentieri tra La verna, la Valle Santa e la Romagna.
E’ stato importante per me ripercorrere le strade che furono dei miei genitori e che io avevo sempre creduto esserestate utilizzate soltanto dagli stanziali casentinesi e romagnoli. Finché, qualche tempo fa, con Carlo ed alcuni amici, lungo il sentiero C.A.I. n. 59 con partenza da Corezzo verso l’Alpe di Serra, al confine con la Romagna abbiamo trovato un cippo con la scritta che da lì passava la Via Romea.
Ho cercato di saperne di più e le scoperte fatte, per me, sono state sorprendenti: quel semplice sentiero in realtà è un tratto della celebre Via Romea che nel medioevo era uno fra i più importanti itinerari che collegavano l’Europa del Nord con Roma e la Terra Santa.
In Germania, ad Hannover, è conservato un testo dal titolo “Annalee Stadenses” autore il monaco Alberto di Stade, compilato il 1230 che descrive il percorso verso Roma. A Londra, nella British Library esiste un altro documento duecentesco, anch’esso una guida alle strade per Roma e Gerusalemme.
Secondo gli Annales Stadenses, chi proveniva dalla Germania percorreva quella via che viene chiamata la “via romea peregrinorum“: la nostra Via Romea. La Via Romea di Stade, come ogni strada del suo tipo, aveva varianti, deviazioni, ramificazioni, ed era quindi una rete di strade, ognuna delle quali con una propria ragion d’essere. Il percorso, come direttrice principale, prevedeva quella che dal Brennero, attraverso il Veneto e la Romagna raggiungeva Forlì. A Bagno di Romagna i pellegrini attraversavano l’Appennino in corrispondenza del passo di Serra. Da lì il per orso scendeva nel Casentino dirigendosi verso Arezzo e si innestava nelle Via Francigena ad Acquapendente.
Questa strada che merita l’appellativo di Via dei Crociati o degli Svevi, poiché vide il passaggio di re, papi, crociati, pellegrini ed eserciti, è descritta come la “Via Major” in antichi documenti notarili riguardanti la valle del torrente Corsalone (Giovanni Caselli – Sentieri storici in Italia – 2004).
I luoghi di tappa e le distanze fra questi, espressi in leghe, sono meticolosamente documentati.
Sulla base di documenti storici il Prof: Alberto Fatucchi ha individuato il tratto aretino e l’esatto tracciato.
Limitatamente al tratto Arezzo-Bagno di Romagna, un documento del 1262 attinente al Monastero di San Giovanni Evangelista di Pratovecchio, menziona nel piano di Arezzo presso l’abitato di Puglia “la strada pubblica per la quale si va da Arezzo a sabbiano e Bagno.
Gli Annali di Stade compilati nel medesimo periodo, ne indicano le tappe principali e le distanze il leghe, che hanno permesso di individuare con precisione: Arezzo, a 6 leghe da Subiano, a 8 leghe da Campi Bibbiena, a 15 leghe, dopo il valico dell’Appennino, a Bagno di Romagna (15 leghe sono circa 30 km) .
Sul percorso esistevano vari ospitali: a Ponte di Aiole, ( Ponte di Rimbocchi) Ospedale di san Leonardo, ricordato già il !5 agosto 1185; ospedale di Santa Maria Maddalena del Buterone, era una chiesa ospedaliera poco distante; altro ospedale era a Campi, ricordato nel 1349, come esistente da tempo.
Questo ospedali non sono che alcuni che una serie che la carità cristiana fece nascere lungo il percorso; testimonianza anche di una notevole frequentazione delle strada. Un dato numerico relativo al transito dei passeggeri si riferisce al giubileo del 1450: ad Arezzo giunsero “cinque o sei mila pellegrini romei”, per ricevere degnamente i quali si mobilitò la città con tutte le sue istituzioni (Antonio Bacci – ” La Melior Via per Roma – Centro Studi Romei 2002)
Leggere questi documenti è un piacere per le notizie che contengono, ovviamente! Ma per mec’è anche un motivo in più: ritrovare citati i tanti nomi più volte sentiti, e mai dimenticati , è un po’ come rivivere la mia infanzia. Nello stesso tempo mi chiedo con stupore e con dispiacere, come mai alle popolazioni del Casentino non fossero state tramandate notizie sull’importanza storica di questa strada. E mi dispiaccio altresì perché anch’io solo da poco sono venuta a conoscenza dell’importante ruolo che per secoli ha avuto la Via Romea dell’Alpe di Serra. Mi consolerò con il vecchio detto “meglio tardi che mai”.
Cercherò di documentarmi ancora, questo è certo, sia sui libri che sul territorio. Intanto,insieme a Carlo abbiamo fatto a piedi due tratti di questa strada, uno in territorio toscano e l’altro in Romagna: da Corezzo siamo saliti al Passo Serra e poi scesi a Bagno di Romagna . Questa volta però non come escursionisti C.A.I., ma con lo spirito da pellegrini, e con la consapevolezza che si stava percorrendo una strada ricca di storia dove per secoli sono transitati migliaia di pellegrini nostri predecessori.
Speriamo di poter proseguire per la via Romea di Stade questo nostro cammino appena iniziato.
Vera Biagioni